Forse dovremo smettere di chiamarla regina viarum, titolo che pure all'Appia antica spetterebbe di diritto : cinquecento chilometri di rettifili attrezzati e fiancheggiati da ville, città, splendide architetture. Smettere di evocare le sue glorie passate finchè non sapremo assicurare a questo museo a cielo aperto, assediato dal degrado, un futuro e un'identità. Anche nel tratto più preservato, quei dodici chilometri costellati di tesori che dalle mura Aureliane puntano verso i Castelli, la cui sorte continua ad essere sospesa nel limbo della precarietà: 2500 ettari di verde e monumenti inclusi in un parco regionale che non riesce a decollare e più che risultati ha fino ad ora prodotto paralizzanti conflitti. E'il grido d'allarme che parte dal convegno organizzato ieri nella sede del S.Michele per la presentazione di una raccolta di saggi e interventi di docenti uniesitari sull'Appia antica, pubblicati dalla casa editrice l'Erma. Una tribuna che il soprintendente Adriano La Regina sfrutta per fare il punto sui propri programmi: i restauri, le aperture di nuove aree, gli acquisti di nuovi preziosi lembi di territorio intervenendo nel rispetto del libero mercato attraverso il diritto di prelazione. Ma soprattutto per denunciare l'ambigua direzione imboccata dall'Ente parco con uno statuto che esclude gli archeologi dai suoi organismi di gestione e un piano di assetto che insegue una strategia di promozione produttiva a scapito delle esigenze, della tutela e della valorizzazione archeologica. Assenza di mezzi, strumenti e indirizzi. Sono le difficoltà tra cui si dibatte anche la soprintendente del Lazio Anna Reggiani nell'illustrare il bilancio degli interventi più recenti: il ripristino di uno stupendo tratto dell'Appia in un vallone di Itri, la scoperta di una antica stazione di posta a Cisterna, il progetto per recuperare una parte del teatro romano sepolto sotto tra case a Terracina, gli scavi nell'area di Minturno. Indispensabile dunque un salto di attenzione e qualità. Il nuovo assessore regionale all'ambiente Vincenzo Saraceni lo individua in una legge appena varata che consentirebbe di affrontare i problemi archeologici e paesistici dell'Appia su scala interregionale. Cominciando da subito a collaborare della Campania, i cui rappresentanti si presentano a questo convegno con impegni di ampia disponibilità.