«SE CI mettessimo sulla strada della restituzione delle opere, noi raddoppieremmo i musei in una settimana. Dovrebbero restituirci talmente tanta roba... Ripeto, la strada del ritorno delle opere d'arte ai luoghi d'origine ci darebbe solo enormi, inestimabili, vantaggi, perché abbiamo pochissimo da restituire agli altri, mentre abbiamo un mare di cose da farci restituire». Così il ministro per i Beni e le Attività Culturali Giuliano Urbani commenta il documento in cui si nega la restituzione dei tesori d'arte a nazioni asiatiche e africane, sottoscritto da 40 musei internazionali, fra i quali Louvre, Prado, Hermitage, British e Metropolitan. Nella carta firmata dai direttori dei grandi musei internazionali si sostiene che «i tesori contesi sono di tutti. Se si smantellassero le più belle collezioni del mondo, si perderebbe un patrimonio di conoscenza enorme». Il documento fa anche riferimento all'annunciata restituzione all'Etiopia dell'obelisco di Axum che Mussolini, nel '37, fece trasferire a Roma, definito «un esempio da non seguire». Il ministro Urbani scuote la testa ed evita di commentare la citazione sull'inopportunità della decisione voluta dal governo: «Si capisce, fanno il loro interesse. Le restituzioni sono possibili solo in casi eccezionali. A volte sì, a volte no. Per il resto, si possono praticare forme di collaborazione, non di più». In precedenza, Giuliano Urbani aveva esposto a lungo le sue teorie sulla tutela e la valorizzazione de «Il tesoro degli italiani», durante la presentazione del suo libro (Mondadori, 137 pagine, 15 euro) avvenuta nella sede milanese de «Il Circolo». Sollecitato dalle domande amichevoli di esperti convocati al dibattito, quali il giornalista Piero Ostellino, il sociologo Francesco Alberoni, l'assessore alle Culture della Lombardia Ettore Albertoni, e del Comune di Milano Salvatore Carruba, coordinati dal professor Armando Verdiglione, Urbani ha toccato i punti cruciali della gestione del patrimonio artistico e culturale in Italia. «Il "Tesoro degli italiani" significa fare attenzione al passato per capirlo meglio, fare attenzione all'impegno economico e civile del presente e quindi di fare attenzione al futuro. Il nostro patrimonio culturale e artistico è la calamita che attira il turismo estero: la gente viene in Italia per visitare Pompei, gli Uffizi, per andare alla Scala, eccetera. Il prestigio della nostra intera produzione, dal rubinetto alla pentola, è legato al prestigio del nostro passato. Anche la Moda ha affermato lo stile italiano nel mondo legandolo allo stile del Barocco o del Rinascimento. Pertanto, cerchiamo di essere consapevoli che stiamo parlando di una cosa enorme. Come Stato unificante abbiamo la tradizione di un battito d'ali. È l'eredità del nostro patrimonio culturale e artistico a renderci italiani. Se lo perdiamo di vista, perdiamo la nostra identità di italiani». «Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: i Musei pubblici devono rimanere pubblici. Sono sorte delle incomprensioni sul mio programma di iniziative che hanno portato a reazioni e critiche di un certo tipo che non dovrebbero mai manifestarsi in un Paese civile. "Il Tesoro degli italiani" non può passare in mano ai privati. Noi volevamo passare soltanto la cogestione delle opere e dei Beni Culturali a chi ha la cultura della gestione, fermo restando che la tutela sarà sempre di competenza delle sovrintendenze e dei direttori, e cioè dello Stato, come stabilisce l'articolo 9 della nostra Costituzione.Ma chi non vuole capire, non capirà mai. Ci hanno accusati di voler vendere il Colosseo. L'abbiamo escluso. Ci hanno detto "Mettetelo per iscritto". Ma è già scritto, in materia c'è già la legge dello Stato e non è alienabile. Le persone non animate da preconcetti di parte mi hanno capito. Contemporaneamente al mio libro, Mondadori ha pubblicato il volume del professor Settis della Normale di Pisa che è una sorta di inventario delle paure del Paese nei confronti delle innovazioni che sostengo. Ho invitato a pranzo il professor Settis e l'ho rassicurato. Abbiamo avuto un colloquio chiarificatore e alla fine ha accettato di collaborare alla valorizzazione e alla tutela del nostro patrimonio artistico. Per me, la tutela è prioritaria. Un centinaio di concerti rock, certo, contribuirebbero a valorizzare Pompei o il Colosseo, ma poi di essi resterebbe poca cosa... E la tutela resta compito di istituzioni, come l'Istituto Centrale per il Restauro: c'è un'aristocrazia del sapere che va rispettata, non siamo "todos caballeros». «La legge Finanziaria ci assegna il doppio di quanto disponiamo adesso per le spese di restauro. E io tengo le dita incrociate perché non la modifichino. Ci sono leggi demenziali come la "Merloni", che porta il nome del mio amico Franco Merloni che è una persona perbene. Secondo questa legge, il restauro del Duomo di Milano viene trattato a chilometri, come un'autostrada: chi offre la spesa più bassa si aggiudica l'appalto. Ma spesso spendere male vuol dire distruggere un monumento. Inoltre, non abbiamo uno straccio di elenco sui monumenti più a rischio di degrado e ci manca un sistema di rilevazione per questo. Dobbiamo provvedere. Occorre liberare "Il Tesoro degli italiani" da burocratismi e politicizzazione. Che cosa c'entra se un archeologo è di destra o di sinistra? E davanti a Giotto che importanza ha se un critico d'arte è fascista o comunista? È mostruoso anteporre ideologie politiche in materia di Beni Culturali e di arte. Meno i partiti avranno a che fare con "Il Tesoro degli italiani" e meglio sarà per tutti».
Bel Paese. Le 'tavole' di Urbani
Il ministro per i Beni e le Attività Culturali Giuliano Urbani ha espresso la sua posizione sulla restituzione delle opere d'arte ai luoghi d'origine. Secondo Urbani, la strada del ritorno delle opere d'arte ai luoghi d'origine ci darebbe enormi vantaggi, ma in realtà abbiamo pochissimo da restituire agli altri, mentre abbiamo un mare di cose da farci restituire. Il documento firmato da 40 musei internazionali, tra cui Louvre, Prado e Hermitage, sostiene che i tesori contesi sono di tutti e che la restituzione è impossibile.
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