Appena nominato dal ministro Francesco Rutelli alla presidenza del consiglio superiore dei beni culturali, il professor Salvatore Settis - da sette anni direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa - getta un sasso nello stagno. La sua idea convince e fa discutere: gli enti che hanno autorizzato la costruzione delle villette di Monticchiello, le acquistino per abbatterle. «Il ministro Rutelli ha dichiarato al convegno Fai che "la realizzazione di villini dozzinali a Monticchiello fa vergogna alla capacità progettuale del Paese" - argomenta il professore -, l'assessore regionale Conti ha detto che "quell'insediamento fa schifo"; d'altra parte il presidente Martini ha spiegato che quei villini dozzinali non si possono abbattere perché le licenze rilasciate dal Comune sono in regola. Se davvero le cose stanno così, io dico, delle due l'una: o la Regione, il Comune, la Provincia ricomprano queste costruzioni che deturpano la Val d'Orcia e le abbattono ripristinando il paesaggio, oppure lancino una sottoscrizione per cancellare la Val d'Orcia dai siti Unesco. Se si vuol essere coerenti con la tradizione di civiltà della Toscana, non vedo molte alternative. Voglio sperare che la Toscana sia civile quanto la città di Bari che ha abbattuto gli ecomostri di Punta Perotti». Una proposta che dà un immediato respiro concreto al suo mandato. Sulla conservazione dei beni culturali sono stati spesi fiumi di parole. Come passare ai fatti? «In Italia spendiamo nei beni culturali la metà della Francia, e di beni culturali ne abbiamo comparativamente molti di più. Quindi per passare dalle parole ai fatti occorrono buone strutture, buoni progetti, molte risorse e gli uomini per metterle in atto. Purtroppo la più grande magagna di questi ultimi anni è il fatto che non si sono fatte più assunzioni nel ministero e nelle soprintendenze. Il ministro Rutelli ha promesso di avviarne nuove, e già ha indetto un concorso per quaranta dirigenti. Spero che con un ricambio, con giovani di talento, nasceranno nuove idee. Ma senza risorse non si fa nulla». Cambiano i governi ma i problemi restano gli stessi. Mi riferisco alla finanziaria. Lei, di recente, ha scritto che così si rischia di cacciare indietro l'Università italiana. «Siamo già indietro rispetto ai partner europei, strutturalmente, da più di dieci anni, forse da venti. La situazione attuale non può quindi essere imputata alla finanziaria di quest'anno, che però continua a tagliare soldi all'università, fondi alla ricerca, continua a non promuovere quel cambiamento di tendenza che tutti speravamo dal governo di centrosinistra». Lei è severo nei confronti della riforma Berlinguer, avendo definito sgangherata e affrettata la formula dei due anni di specializzazione in aggiunta ai tre del corso di laurea. «La ragione per cui si è fatta questa riforma era soprattutto di ridurre il numero degli abbandoni. In Italia c'erano troppo pochi laureati. Ma da quando la riforma esiste gli abbandoni sono diminuiti dello 0.6. Per ottenere un mezzo per cento in meno abbiamo sgangherato l'intera università. Non mi sembra un grandissimo risultato. Intanto il numero dei corsi di laurea è cresciuto del 130, con una confusione straordinaria, gli studenti sono passati da circa 200mila a circa 350mila, gli atenei moltiplicati, ma i fondi generali sono gli stessi. Si è voluto fare un cambiamento epocale senza investirci nulla e il risultato è pessimo». Le scuole di eccellenza potrebbero fare la differenza. «In Italia negli ultimi cinque o sei anni di scuole che si auto proclamano di eccellenza ne sono sorte non meno di 2530 nei luoghi più strani. Quando la Francia ha deciso che una Scuola Normale sola non bastava ha fatto un progetto nazionale e ne ha fondate altre tre. In Italia invece non c'è un minimo di controllo, nessun progetto di sistema e le scuole di eccellenza spuntano come funghi. È un processo che sta semplicemente mangiando risorse con risultati per il momento molto scarsi. Spero che il ministro Mussi, che è un ex normalista, voglia fissare delle regole». Si riferisce alla Imt di Lucca? A proposito, perché voi della Normale vi siete tirati fuori dalla gestione? «Nessuno ci ha mai chiesto niente a riguardo, fino a due settimane fa, quando il sottosegretario Modica ci ha scritto una lettera e inviato una bozza di statuto chiedendoci di considerare una qualche sorta di possibile collaborazione. Abbiamo discusso questa lettera in un consiglio direttivo molto recentemente e abbiamo stabilito di avviare un processo conoscitivo. Quello che ci preme è di sapere quale è il progetto culturale di Imt, quindi cercheremo di studiare le carte, di capire meglio. Da quel poco che so, a me pare che Imt faccia delle cose molto diverse da quelle che fa la Scuola Normale. Non ci sono comunque dei no pregiudiziali ma non c'è neanche l'ansia di non restare fuori. Esistono senz'altro ottime ragioni per capire cosa succede, data la prossimità geografica e dato anche il fatto che in Imt sono coinvolte due istituzioni molto importanti come l'Università di Pisa e la Scuola Sant'Anna». Chiedete chiarezza, insomma... «Vorremo capire meglio il progetto. Quando fu costituito non siamo stati interpellati, poi si è fatto un gran parlare sui giornali ma non c'è mai stato nessun contatto, nessuna ragione istituzionale per occuparcene. Ora ci viene chiesto dal sottosegretario Modica con una lettera ufficiale su carta intestata e quindi è doveroso da parte nostra esaminare i progetti culturali di Imt e cercare di capire se ci siano elementi di interesse». Quali sono i rapporti con i vostri vicini, l'Ateneo e la scuola Sant'Anna? «Credo che il rapporto con l'ateneo di Pisa sia obbligato per ragioni storiche, geografiche, culturali di varia natura. Sarebbe opportuno però che con Università di Pisa e Scuola Sant'Anna si riuscisse ad arrivare a una sorta di accordo progettuale in cui le potenzialità di questo operare insieme siano esaltate rispetto a quello che già c'è ora». E voi della Normale? Non pensate sia giusto legarsi di più al territorio? «Da qualche anno abbiamo assistito a una maggiore articolazione e moltiplicazione delle attività della Scuola e occorrevano nuovi canali operativi e nuovi luoghi adeguati a questo sviluppo. Oltre a Pisa, abbiamo una sede a Cortona, una villa cinquecentesca che ci è stata donata più di venti anni fa. Adesso con la Fondazione Conservatorio Santa Chiara permetteremo a San Miniato di ospitare in futuro, come del resto accade già da qualche anno per i corsi riservati ai migliori talenti delle scuole italiane, alcune delle nostre attività, senza rinunciare alla tradizione della Normale che è quella di agire non come un'istituzione locale ma nazionale ed europea». Ne avevate bisogno? «È un'evoluzione del Conservatorio di Santa Chiara, che negli ultimi vent'anni aveva perso l'antica funzione di educandato femminile. Nel cercare di darsi un nuovo ruolo il Conservatorio, autonomamente, ha individuato nella Normale l'istituzione adeguata per sviluppare rinnovate opportunità culturali restando fedele alla propria storia. Nel nuovo statuto il consiglio di amministrazione è composto da cinque membri di cui quattro nominati dalla Normale e uno dal ministero. Il Conservatorio diventa così una Fondazione che, pur conservando la sua indipendenza, è una sorta di braccio in più della Scuola Normale». Resta l'enigma delle risorse. «Fare un po' di raccolta di fondi di questi tempi è consigliabile perché la situazione generale di contrazione degli interventi pubblici è molto preoccupante. L'Italia spende in proporzione al proprio Pil molto poco per l'università e per la ricerca e questo si riflette su tutto il sistema e ovviamente anche sulla Scuola Normale. Se non riusciamo ad attivare fondi, la grande quantità di iniziative che abbiamo messo in piedi in questi anni rischia di non potersi sviluppare. Ecco perché vorremmo sperimentare il fund raising, che in altri Paesi e soprattutto negli Stati Uniti riesce a canalizzare risorse economiche importanti, ma che da noi non ha tradizione. La Normale già riceve donazioni, per esempio i corsi di orientamento si appoggiano molto ai contributi di Telecom Progetto Italia, così come da anni la Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa dà finanziamenti alla nostra stagione concertistica. Vorremmo però provare a cercare fondi in modo più sistematico, per non dover dipendere al 90 per cento dal sistema pubblico».
Il Tirreno
12 Novembre 2006
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SA
Salvatore Settis
Il Tirreno
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Bene culturale
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