Nel governo del nostro patrimonio culturale si sta svolgendo una sotterranea battaglia: dal cui esito dipenderà in gran parte il destino dei musei, dei monumenti, delle aree archeologiche. Non ultimo, anche quello del territorio storico e del suo paesaggio. Per più di un secolo, da quando nel 1874 fu istituita la Direzione generale per le Belle Arti sotto la responsabilità di Giuseppe Fiorelli, primo archeologo moderno di Pompei, il modello organizzativo seguito consisteva nell'avvicinare i responsabili della tutela, a cominciare dagli archeologi, al territorio. In questo si trovano gli scavi archeologici, in chiese e palazzi i dipinti, rocche e castelli e ville che articolano e sostanziano il paesaggio e la lunga storia del vissuto del nostro Paese. L'impostazione seguiva il programma politico di Ruggiero Bonghi che, da ministro dell'Istruzione pubblica, istituì la Direzione generale. Se è interesse del governo destinare finanziamenti per conoscere e difendere antichità e belle arti, è di conseguenza necessario che tecnici ed esperti indichino le direzioni e gli obiettivi sui quali rivolgere quelle risorse. E, pertanto, tecnici ed esperti devono essere dislocati in maniera quanto più possibile diffusa e completa, così da conoscere le diverse situazioni territoriali, regionali e provinciali, relative ai beni culturali ed elaborarne di conseguenza programmi di intervento. Non a caso Fiorelli fu il promotore di opere sistematiche utili a comporre la griglia delle principali occorrenze di beni culturali. La Carta archeologica d'Italia, rivolta ad identificare i resti antichi superstiti; e il Catalogo degli oggetti d'arte conservati nei musei statali. Il modello di una tale tutela territoriale, articolata su uffici decentrati e diffusi (le soprintendenze) coordinati al centro dal ministero, si rafforzò progressivamente nel tempo, venendo oltre a tutto a costituire un immenso e prezioso archivio delle conoscenze guadagnate in un così lungo periodo di attività rivolta alla conoscenza ed alla tutela. La capillarità del controllo sul territorio garantiva, nonostante le sempre pressanti carenze, un pronto intervento rivolto a scongiurare, o almeno limitare, le più gravi distruzioni di beni culturali. La permanenza dei responsabili nei loro posti di lavoro contribuiva a depositare in essi un'esperienza ed una consuetudine con le particolarità del territorio, nel quale erano compresi, utili a ricostruire e a comprendere le sfaccettature e le particolari coloriture della «storia locale», che confluiva nella - e contemporaneamente veniva alimentata dalla - «grande storia». Pur con tutti i suoi difetti e le sue limitazioni, speculari ai suoi pregi, il «modello territoriale» ha funzionato senza essere stato posto in discussione (anzi, servendo a sua volta da modello per altri Paesi, come la Grecia) finché la Regione Sicilia, nella sua costituzionale autonomia, ha istituito la figura del Soprintendente provinciale: ad essa faceva capo la responsabilità delle azioni delle diverse branche della tutela, dall'archeologia alle biblioteche, ponendosi quindi non più sul territorio, allo stesso livello sul quale si trovano i Beni da conoscere e da tutelare, ma su un livello necessariamente superiore, ed astratto, in quanto responsabile del coordinamento di branche differenti fra loro per natura se non per finalità: con la necessaria deriva verso una piatta gestione burocratica. Il «modello siciliano» è stato adottato anche nella Penisola, con l'istituzione prima del Soprintendente, poi del Direttore, regionale: alla quale si è accompagnata un esponenziale potenziamento della dirigenza ministeriale. La quale ultima, di necessità, è lontana dal territorio ancora di più delle Direzioni regionali, cioè dal luogo nel quale si trovano, e dove devono essere tutelati, i beni culturali. L'incrociarsi di tali modifiche del tradizionale «modello territoriale» con il sempre più accentuato taglio delle risorse sia finanziarie sia professionali a disposizione del ministero per i beni e le attività culturali ha condotto alla crisi nella quale si dibatte (a quanto pare, nell'indifferenza generale) l'organizzazione gestionale e di tutela del nostro patrimonio culturale (quello che «tutto il mondo ci invidia»). La metà circa delle soprintendenze, sia archeologiche sia storico-artistiche sia architettoniche, è priva di soprintendente: tanto che a quei pochi che sono rimasti in servizio nonostante la canizie è stata attribuita la responsabilità, contemporanea, di una seconda soprintendenza. Mentre sia i ruoli dei direttori regionali sia quelli della dirigenza ministeriale centrale rimangono perfettamente guarniti. Nel corso degli anni passati si era tamponato il crescere dell'emergenza non con misure strutturali, ma ricorrendo all'istituto della «reggenza», chiamando cioè a ricoprire figura e responsabilità di soprintendente funzionari non ancora abilitati a tanto grazie alla vincita di un apposito concorso. Le consuete e croniche ristrettezze di bilancio riducono le aspettative di concorsi, sia di reclutamento sia di «sanatoria» per i tanti «reggenti». Il tutto accompagnato dalla consueta ridda di voci, di spinte, di mozioni, di torbidi giochi che si consuma, anche, sulla pelle di tanti funzionari tecnici e che ha portato alla sospensione sine die di un concorso per soprintendente storico dell'arte a causa dello scatenarsi di ricorsi incrociati. Ma basterebbe osservare che agli 11 posti in palio (che chissà quando, e se, saranno assegnati) hanno concorso in 400 per dimostrare la gravità terminale della situazione (che di pochissimo si alleggerisce pur contando che gli ammessi alle prove sono stati 300). La conformazione del «modello» organizzativo secondo il quale si attua la tutela può, ovviamente, essere discussa: anche se la lunga storia di quello «territoriale» appare aver guadagnato più lusinghieri successi di quello «siciliano». E non per la più limitata esperienza che se ne è potuto fare nel tempo: ma proprio perché è metodologicamente debole proporre una tutela dei beni culturali, che non possono che essere situati nel territorio, mossa da un centro, che non può che essere burocratico, invece che da una periferia che è come i Beni, cioè territoriale. E a parte queste considerazioni di metodo, in un Paese come il nostro abitato dall'uomo da millenni e costellato da beni culturali (dai quali traggono vanto ed aspettativa di reddito infinite comunità, grandi e piccole) è la stessa situazione reale a suggerire una tutela «territoriale». Uscire, positivamente, dall'attuale crisi non sembra facile: anche a causa del conclamato stato di crisi delle finanze pubbliche e dell'utilizzazione, spesso impropria, di beni culturali come esclusiva fonte produttiva, anziché di cultura storica e di crescita complessiva della popolazione e dei singoli. E a causa della continua fibrillazione nella quale si trova (forse meglio: nella quale è stata costretto) il corpo dei tecnici dei beni culturali, divisi fra (legittimi) interessi di avanzamento e necessità di difendere la propria dignità di tecnici da intromissioni e derive di ogni genere, non sempre commendevoli. Prendere coscienza del grave stato di degrado nel quale versa l'organizzazione responsabile della tutela dei beni culturali del nostro Paese sembra essere il primo, necessario passo non solo per comprendere perché gli orari di apertura dei musei si riducono, ma anche per tentare di interromperlo. L'azione complessiva del governo attuale, che in qualche campo appare essere intenta ad affrontare croniche difficoltà strutturali, appare in ritardo per quanto riguarda i beni culturali. È possibile che ciò derivi da una necessità di interventi scalati nel tempo: ma ciò dimostrerebbe che i beni culturali sono ritenuti secondari nella costruzione di una politica che si vuole discontinua rispetto al passato. Potrebbe, tale ritardo, derivare da necessità di bilancio, oppure da difficoltà ad articolare un organico piano di ristrutturazione, data la delicatezza e la strategica crucialità della materia: non sappiamo, dalle nostre periferie, quale sia il motivo reale. Non vorremmo, però, che nel mentre i medici discutono sui rimedi da adottare, i malato passi a miglior vita. Per i beni culturali, e per i loro tecnici, non sembra possibile attendere ancora a lungo.