I privati sono assenti e anche la Camera di Commèrcio latita ASSESSORE Alfieri, la polemica della settimana ha per argomento la Roma «prenditutto» nella cultura, dal festival del Cinema ad Artissima, che lascia a Torino solo le briciole. Condivide? «Fino a un certo punto, credo che sia prima di tutto una questione di scelte». Sarebbe a dire? «Quando qui a Torino abbiamo deciso di spingere al massimo sulla cultura, non è stato per una politica fine a se stessa, ma perché pensavamo che il rilancio della città passasse anche attraverso questo aspetto. Un aspetto che comunica vitalità, creatività e che attrae anche investimenti, energie. Adesso quella scommessa, dopo le Olimpiadi, è stata vinta. E anche il mondo dell'imprenditoria lo ha riconosciuto, la Fiat, lo stesso Andrea Pininfarina lo hanno ricordato più volte, ringraziandoci. Insomma adesso che Torino buca lo schermo, credo sarebbe il momento di rilanciare e non di tirare i remi in barca». Perché è questo che sta accadendo? «Diciamo che a Torino abbiamo passato gli ultimi due o tre mesi a fare a gara tra chi dipingeva con i toni più drammatici la situazione economica. E a dire che se i fatti stavano così i primi fondi da tagliare erano quelli per la cultura». In effetti la situazione economica in Comune, Provincia e Regione, non sembra florida. Dove si dovrebbe tagliare secondo lei? «Se davvero non ci sono i soldi, allora si taglia dappertutto. Mi auguro comunque che ciò sia vero, perché a vedere ciò che sta facendo Veltroni c'è il sospetto che le restrizioni ci siano solo qui. E comunque certi tagli non si devono fare a cuor leggero». Lei sta dicendo dunque che Chiamparino (e magari anche Bresso) sono meno sensibili e attenti alla cultura del loro compagno di partito romano? «Chiamparino nelle ultime settimane è intervenuto a ogni possibile inaugurazione o evento culturale per dare un segnale del suo interesse in questo settore. Mi ha fatto molto piacere e glielo l'ho detto. Anche Bresso non mi sembra possa essere accusata di disinteresse per la cultura». Però la Regione sta investendo molto sul resto del Piemonte. Trascura Torino? «Al contrario io ripeto da anni che Torino può essere vetrina della regione solo se anche il resto del territorio ha opportunità eguali nel campo culturale. Questo non ci penalizza, anzi». Allora non sarà l'«operaismo» magari un po' retro, di Rifondazione e Pdci portato nelle due giunte a frenare proprio la cultura? «Con Rifondazione c'è pieno accordo sulle politiche culturali da portare avanti. Al massimo il problema è la diffidenza che la sinistra radicale ha nei confronti dell'intervento dei privati come sponsor culturali». Già i privati: non è che a Torino ci sia questa grande collaborazione da parte loro. È d'accordo? «Chiamparino il 24 novembre ha convocato un incontro con il mondo imprenditoriale proprio su questo tema che è un tasto dolente, per la nostra città. A Milano, a Roma i privati collaborano molto di più. Qui a parte le due fondazioni bancarie se non c'è il deserto, poco ci manca. Anche la Cameradi Commercio latita». Eppure dice di investire in cultura l'8 per cento del suo bilancio. Non basta? ««Lo so, ma non basta. La cultura dà grandi ritorni economici proprio al mondo del commercio. In ogni caso è tutta l'imprenditoria privata che deve fare l'esame di coscienza. Pensi che il Rossini Opera Festival di Pesaro, nel logo, insieme al faccione del musicista ha il marchio della Scavolini. La cultura, devono capirlo tutti, ha un effetto diretto sullo sviluppo e sull'occupazione. E la presenza dei privati ha due vantaggi: chi lo fa, si garantisce immagine, pubblicità, ma al tempo stesso fa un servizio alla città, alla comunità. Mi sembra possa essere utile a tutti».