GIUDIZI L'analisi dello storico francese Pierre Milza, mentre esce il suo profilo del nostro Paese dalla preistoria ai giorni nostri Troppi intellettuali oggi la flagellano perché dimenticano i suoi «miracoli» «Ci si può chiedere come mai, in mezzo a tanti sommovimenti, guerre intestine, cospirazioni, crimini e follie, ci siano stati tanti uomini che hanno coltivato legarti utili e le arti piacevoli in Italia». È in questi termini che Voltaire, il più illustre scrittore dei Lumi, esprime nel suo Saggio sui costumi-, vero e proprio bilancio della storia dell'umanità pubblicato a Ginevra nel 1756, la sua immensa ammirazione nei confronti della civilizzazione italiana. Ammirazione ravvivata dal fatto che il più delle volte questa civiltà è fiorita fra le peggiori turbolenze. L'immagine che s'impone a Voltaire, come s'imporrà nel XIX secolo a Jules Michelet e nel XX a Fernand Braudel, è quella del «miracolo» permanente o, se si preferisce, ricorrente. Forse è questa rappresentazione di un'Italia sempre minacciata nella sua stessa esistenza e sempre pronta a rinascere che mi ha spinto alla folle avventura per uno storico abituato a sequenze più brevi e più immediate di scrivere una Storia d'Italia percepita nella sua globalità temporale: tremila anni di percorso storico punteggiato da guerre, crisi, episodi barbari, declini e risorgimenti. Mi piace che l'Italia sia, più delle altre nazioni d'Europa e forse del mondo, un'eterna resuscitata. È sopravvissuta a tutto: la disgregazione della repubblica romana, l'irruzione continua dei popoli barbari, la paralisi del commercio mediterraneo nell'Alto medioevo, gli appetiti di conquista di principi stranieri: Enrico IV e Federico II, Luigi XII e Carlo d'Angiò, Carlo V e Filippo II. Ha subito la lunga dominazione spagnola, poi austriaca ed è sfuggita a quest'ultima solo per cedere al miraggio liberatore portato dagli eserciti rivoluzio-nari e imperiali. Nemmeno il XX secolo l'ha risparmiata: due guerre micidiali, il ventennio nero, la lacerazione del settembre 1943, gli anni di piombo... Mi piace che nel bel mezzo di queste tempeste alcune interminabili e sanguinose per molti altri popoli gli italiani abbiano dato al mondo il patrimonio culturale senza pari che le conosciamo e che già ammiravano Montaigne (che aveva viaggiato per la penisola) e Voltaire (che non vi aveva mai messo piede). Certo, sotto molti aspetti sono le ricchezze accumulate nella galassia delle città e delle corti principesche a far sì che l'Italia sia stata contesa dai grandi predatori. Infatti, come nota Michelet, se l'Italia del Rinascimento ha i suoi umanisti, i suoi pittori e i suoi commercianti, sono gli invasori ad avere le macchine da guerra, l'artiglieria di campagna e i potenti eserciti di professionisti. Al proposito, sono altamente simbolici il sacco di Roma nel 1527 da parte delle orde di mercenari al soldo di Carlo V e la diaspora che seguì fra i chierici, gli intellettuali e gli artisti che risiedevano nella capitale della cristianità all'apogeo del Rinascimento classico. Mi piace che durante i secoli di ferro dove regnano la guerra, la carestia e la peste, alcuni italiani siano propagatori della modernità e al tempo stesso difensori della fortezza Europa, che inventino la banca e la cambiale, la prospettiva e lo sfumato, che muoiano a Lepanto sotto le insegne di Venezia, dopo che uno di loro ha scoperto l'America e che un altro le ha dato il proprio nome. Mi piace che al Rinascimento che secondo Braudel dura almeno due secoli in questa parte d'Europa succedano il Manierismo e il Barocco, che sono ugualmente invenzioni italiane. Non mi piace invece che questo primato culturale abbia suscitato, e ancora oggi susciti, una denigrazione sistematica. So bene che l'autoflagellazione durante le chiacchiere da caffè è diffusa in Italia come in Francia, ma nella penisola si aggiunge una teorizzazione dell'autocritica che mobilita numerosi intellettuali impegnati nella lotta politica e la cui analisi soffre talvolta dei presupposti ideologici dei loro autori. Poiché lo spazio è limitato, prendo un solo esempio: quello dell'altro «miracolo» costituito dal compiersi del Risorgimento e dall'inserimento del giovane regno d'Italia nel gioco europeo. Troppo spesso si è voluto dimenticare che le difficoltà incontrate dagli epigoni di Cavour per «fare gli italiani» dopo aver «fatto l'Italia», risultavano più dall'immensità del compito da realizzare in un ambito internazionale tutt'altro che favorevole che dall'incapacità e dall'egoismo delle élite. Difficoltà d'ogni genere: un decollo industriale frenato dalla mediocrità delle risorse naturali e dalla depressione congiunturale che caratterizza l'ultimo quarto del XIX secolo, l'enormità dello sforzo da compiere in materia di infrastrutture, amministrazione, insegnamento, pianificazione urbana, ferroviaria, portuaria, l'abissale erosione del deficit di bilancio e del debito pubblico, eccetera. Tutto questo mentre l'Italia deve far fronte agli obblighi di un contesto internazionale che è quello dell'ondata dei nazionalismi, della corsa agli armamenti e della competizione coloniale. Il «miracolo» è stato di riuscire a costruire, nonostante tutti questi handicap e in poco più di mezzo secolo, a partire da un mosaico di piccoli Stati di cui alcuni ancora ampiamente sottosviluppati, una potenza abbastanza affermata sulla scena europea da suscitare talo-ra l'ostilità dei suoi vicini, talora il loro desiderio di farsene un'alleata. Non dobbiamo lasciarci illudere dal paragone che a volte viene fatto con la Germania. L'unità del Reich si è costituita a partire dalla Prussia, uno Stato forte, sul piano economico e militare, già promosso al rango di potenza europea all'epoca dì Federico il Grande, e questo non è il caso del Piemonte. Rinascita dunque, che segue a una lunga fase di declino e precede i decenni tormentati del primo XX secolo. Ci saranno altri «miracoli», che sono il prodotto come quelli che li hanno preceduti dell'energia e dell'inventiva del popolo italiano, non di un regalo della Provvidenza: il folgorante decollo industriale degli anni Cinquanta, una capacità di superare le crisi che alcuni hanno promosso al ruolo di «modello» per l'Europa dopo i due choc petroliferi del 1973 e 1979, una lotta vittoriosa della democrazia contro il terrorismo. Tutto questo, è vero, su uno sfondo di instabilità, corruzione, violenza, incapacità di installare istituzioni politiche e amministrative forti, di minaccia contro l'unità e quindi contro la sopravvivenza di un Paese che ha visto nascere mio padre, e verso il quale ho tenuto a dire la mia ammirazione e la mia convinzione che esso abbia ancora da sostenere un ruolo essenziale in Europa e nel mondo del XXI secolo. »