Arte Documento, la rivista di Storia e tutela dei Beni Culturali da me fondata e diretta presso il Dipartimento di Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici "Giuseppe Mazzariol" dell'Università Ca' Foscari di Venezia, pubblica nella sua annata 22 (2006) che va in questi giorni in stampa un deciso appello a che i troppi frammenti tuttora 'dispersi' degli affreschi di Andrea Mantegna della Cappella Ovetari degli Eremitani siano restituiti quanto prima da chi - padovani e no - a tutt'oggi li detiene. Quando nel settembre scorso fu solennemente inaugurato il recupero virtuale di quanto, al momento, è dato disporre degli affreschi, sopravvissuto alla rovina dell'11 marzo 1944, tutti hanno potuto constatare un dato inquietante: dai frammenti recuperati e ora rimessi in opera con il metodo dell'anastilosi informatica sono pressoché del tutto assenti porzioni di affresco configuranti una testa, un volto o parti di membra: un braccio, una mano, e via dicendo. È noto e largamente testimoniato che, nei giorni successivi al disastro del marzo '44, l'esportazione di frammenti fu continua, da parte di tanti cittadini che certamente li consideravano a modo di souvenir. Sorge allora la domanda: quanti di tali "souvenir" si nascondono tuttora nei cassetti, nelle cantine, nelle soffitte di Padova? Con ogni probabilità, dati i lunghi decenni trascorsi, non più in mano dei diretti, originari interessati, bensì dei loro figli, dei loro nipoti, che ne sono verosimilmente ignari. È perciò più che mai giusto richiamare la consapevolezza degli attuali possessori sul dovere, che essi hanno, di restituirli. I frammenti superstiti degli affreschi di Mantegna della Cappella di San Giacomo agli Eremitani, tuttora nascosti, sono molti e importanti. Quello di restituirli, affinché ritornino dove devono ritornare, è un dovere etico, prima ancora che civile; è un imperativo al quale nessuna coscienza ha la possibilità di sottrarsi. Questo corrisponde, anche, all'interesse di chi li detiene. Quei frammenti sono preziosi per la storia, per la civiltà: perché fanno parte dell'anima della città alla quale appartengono, un'anima che è stata profondamente ferita dall'insulto che ha subíto sessantadue anni or sono e che non può continuare a esserlo a opera di suoi figli poco generosi e poco avveduti. Dico poco avveduti, perché quei frammenti, tanto preziosi in quanto patrimonio spirituale e artistico della città di Padova e del mondo intero, non hanno alcun valore nelle mani di chi li detiene abusivamente: non hanno alcuna possibilità di soddisfare la sua vanità, perché non possono né potranno mai essere esibiti; non hanno alcun valore venale, perché non sono e non saranno mai commerciabili, né in Italia né all'estero. Le attuali tecniche informatiche, gli strumenti sofisticati e aggiornati di informazione oggi a disposizione e impiegabili, gli stessi che hanno permesso di collocare ogni frammento fin qui ritrovato - anche il più minuscolo e all'apparenza insignificante - al suo posto originario e hanno così consentito la ricomposizione virtuale degli affreschi per la parte in cui finora ciò è stato possibile, sono in grado di "riconoscere" senza alcun margine di dubbio ogni frammento ancora erratico; per ogni ulteriore latitanza del quale non esiste perciò alcuna possibile "via di fuga". D'altra parte, la fitta, capillare rete di informazioni attiva a livello internazionale, in una con l'abbattimento di fatto delle frontiere in tutto il pianeta per quanto attiene alla delicata materia di cui si tratta, la cui corretta gestione è interesse di tutta l'umanità, rendono oggi inverosimile ogni ipotesi di esportazione abusiva. Continuare a detenere illegalmente frammenti degli affreschi degli Eremitani non rappresenta, com'è chiaro, convenienza alcuna. Costituisce, per converso, un comportamento che urta contro ogni suggerimento di una coscienza civile: perché sottrae ingiustamente alla comunità un bene che le appartiene senza nemmeno la contropartita di un egoistico godimento personale, che, per tutti i motivi che si son visti, non può esercitarsi. È perciò necessario che questa pagina venga al più presto archiviata. La consapevolezza della validità dell'appello che noi rivolgiamo si sta dilatando a strati sempre più estesi dell'opinione pubblica. I consensi che ci giungono da ogni parte, anche da fuori Padova, da fuori della nostra regione, dall'Italia e dall'estero fanno fede che il serio problema di cui si tratta coinvolge ormai largamente persone e istituzioni, università e accademie di belle arti, critici d'arte e cittadini di ogni livello culturale e sociale. Nelle pagine di "Arte Documento", con chi scrive e con la soprintendente Anna Maria Spiazzi, con Lionello Puppi e Giorgio Nonveiller, se ne fanno portavoce Philippe Daverio e Giorgio Segato. Segato, in particolare, che è stato ed è un po' l'"alfiere" di questo crescente movimento di opinione, denuncia aspetti precisi e reca testimonianze circostanziate sugli accadimenti di quegli infausti giorni del 1944; e avanza proposte concrete atte a rompere il cerchio del silenzio e favorire il recupero. Le soluzioni possibili sono più d'una: tali che, attraverso l'anonimato, assicurino comunque a chi operi la restituzione una sorta di franchigia - l'impunità - per la lunga detenzione di un bene appartenente alla comunità e alla sua storia. Non escludendo - viceversa - la possibilità di un riconoscimento per la benemerenza di una restituzione che può fare soltanto onore a chi voglia spontaneamente esercitarla. Sono, come si vede, questioni complesse, con implicazioni giuridiche. Saranno presto al vaglio di un apposito Comitato che, a questo fine, si sta costituendo. L'obiettivo è che la difficile pagina che si è aperta in quel marzo del '44 si chiuda al più presto: in spirito di onestà, di giustizia, di pietas, di correttezza civile. Prof. Giuseppe Maria Pilo