È stata una ripetuta battaglia di questo giornale, nel quinquennio del governo Berlusconi: l'8 per mille destinato dai cittadini al finanziamento pubblico di missioni contro la fame nel mondo ma anche alla cultura, e finito per strane e ripugnanti vie a finanziare la guerra in Iraq. Una denuncia solitaria che ieri, nella sala dell'Auditorium della Tecnica all'Eur, ripetuta da donna Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai, è stata amplificata presso un pubblico selezionato e di altissimo livello: di fronte a lei sedevano infatti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con la moglie Clio, il ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli, il sindaco Veltroni, il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo e un parterre di economisti, da Francesco Giavazzi a Marco Vitale, amministratori, da Giuseppe Perini a Renato Soru, storici dell'arte. Appunto, ci lasciamo alle spalle un quinquennio che, per ciò che concerne il tesoro del Bel Paese, ha segnato il punto più basso nel convertire in armi e divise il denaro che i cittadini destinavano a solidarietà e arte. Ora, da dove si ricomincia? Il Fondo per l'Ambiente Italiano, la creatura nata nel 1975 e che, su modello del National Trust inglese, «adotta» ville e castelli, giardini e tesori naturali, ritiene che si debba ripartire da questo interrogativo: le ragioni dell'economia e quelle della tutela del nostro patrimonio storico-artistico-ambientale sono inconciliabili o possono procedere insieme? In questi anni la formula perseguita, attraverso Patrimonio spa, Scip e Arcus, è stata una terza, assai più basic: vendere il «tesoro» pubblico per fare cassa. Ora, tornati - si spera - alla normalità, il Fai propende per la seconda ipotesi: questo convegno, ospite di Confindustria, ha come scopo siglare un patto tra chi si batte per la tutela e chi produce ricchezza, Confindustria appunto, Confartigianato, Confcommercio, Confagricoltura. Trattandosi del Fai, è un convegno lievemente sui generis, con piccolo concerto d'apertura, siparietto emozionante del regista-poeta Ermanno Olmi, un buffet regale, due interventi che volano alto, del francese Hugues de Varine, un filosofo del «patrimoine», e dell'indiano Ashok Khosta, ambientalista pessimista ed economista sul modello Amartya Sen. E donna Crespi che, col suo piglio da monarca illuminata, apostrofa Rutelli: «Lei intende davvero fare il ministro seriamente, come ha affermato?». Rutelli arrossisce, annuisce. Se sì, continua la presidente del Fai, ecco i compiti: tramutare quello 0,26 del bilancio pubblico destinato al suo dicastero in un 1; mandar via «i soprintendenti che non valgono niente» e «riconfermare quelli validi che hanno stipendi da fame», dar seguito al «lodevole» impegno, già da lui preso, di riportare nelle scuole la storia dell'arte, modificare quegli articoli del Codice Urbani che prevedono che i piani paesistici «possano» essere fatti dalle Regioni d'intesa con le Soprintendenze: quel «possono» deve trasformarsi in un «devono»; e, d'intesa col ministro per l'Ambiente, battersi perché venga ripristinato la VIA, cioè la valutazione d'impatto ambientale. Rutelli è di fatto, qui, al suo esordio pubblico come ministro sul versante beni culturali. Un primo round, con gli editori, sul versante libro, l'ha vinto conquistandone la platea in settembre al San Michele. In quest'altro ambito, fin qui, il suo debutto è stato accompagnato da polemiche. Una su tutte: quella del concorso per undici direttori storici dell'arte bloccato dopo la prova scritta, mentre con contratto esterno venivano assunti al ruolo dirigenziale quattro studiosi bocciati all'ammissione allo stesso concorso. Ora s'impegna a: ridurre drasticamente i residui passivi del ministero che, con le gestioni Urbani e Buttiglione, hanno toccato i 2.288.000.000 euro; ringiovanire un personale la cui età media oggi à di 55 anni (e annuncia che in gennaio si terrà un nuovo concorso per 40 dirigenti); studiare un piano di defiscalizzazione per chi mantiene dimore storiche e la nascita di un circuito turistico sul modello dei Paradores spagnoli. E, quanto a cose già fatte, annuncia: la nomina, avvenuta ieri, di Salvatore Settis a presidente del risorto Consiglio Superiore dei Beni Culturali, col compito precipuo di rimettere mano al Codice (in verità, e questo è un paradosso irrisolto, lo stesso professore fu il consigliere di Urbani nello stenderlo); a consiglieri di Andrea Emiliani, Cesare de Seta, Antonio Paolucci e Andreina Ricci; la nascita di un comitato interforze, col ministero dell'Economia, presieduto da Davide Croff, sul tema: come ottenere defiscalizzazioni per la cultura?; l'apertura il 13 dicembre della Galleria Nazionale d'Arte Antica a palazzo Barberini, dopo decenni di lite con il locale Circolo Ufficiali; l'acquisizione al pubblico di Palazzo Litta a Milano e del Teatro Petruzzelli a Bari; l'obbligo per la Rai, nel nuovo contratto di servizio, di impegno nella pedagogia del bello, insomma l'educazione ai beni culturali. Ma il Paese cui guarda il convegno del Fai non è solo quello dello scempio della destra. È un paese dove un federalismo malfatto (dalla sinistra) e malinteso va producendo altri piccoli mostri: i villini a schiera di Monticchiello, sito Unesco, Regione Toscana, le duecento villette più albergo di cinque piani nel paradiso lacustre di Mantova, predisposte dalla precedente amministrazione diessina e osteggiate dall'attuale sindaca, Fiorenza Brioni, Ds anch'essa. Dove, però, fioriscono anche buoni esempi: la rinascita di Genova, la battaglia vinta per la «tassa sul lusso» in Sardegna. Al convegno duellano due filosofie: quella statalista (semplice ritorno integrale all'articolo 9 della Costituzione, batte Settis) e quella della «sussidiarietà», grande alleanza tra cittadini, Stato, enti locali, imprenditori per salvare il Bel Paese e dargli un futuro florido. La seconda sembra quella giusta. È la più difficile.