E VERO che il nostro ex governo di centrodestra, sulla scia di quello americano, l'aveva sempre chiamata "guerra preventiva". E più d'uno dei rispettivi esponenti, al di qua e al di là dell'Atlantico, s'era spinto anche a parlare di " guerra umanitaria", come se le migliaia di morti fra i militari e i civili fossero vittime di un'opera di bene, un atto caritatevole, una manifestazione di fratellanza e di solidarietà. MA FRANCAMENTE l'idea di distrarre fondi pubblici, versati dai contribuenti all'erario con uno scopo di ordine culturale o benefico, non può rientrare in alcun modo nell'ambito della legittimità e della discrezionalità. Per essere più chiari, è uno scippo governativo, un inganno, un imbroglio ai danni dei cittadini che attraverso la dichiarazione dei redditi intendono destinare una quota delle loro imposte all'arte, alla cultura, al volontariato o alla lotta contro la fame nel mondo. Il retroscena rivelato ieri da Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, è insieme una denuncia coraggiosa e un atto d'accusa contro il malgoverno che ha devastato il Belpaese nell'ultima legislatura, imperniato su una concezione privatistica e padronale della cosa pubblica. Giù le mani dall'otto per mille, verrebbe voglia di dire se non fosse che il centrodestra è tornato all'opposizione e almeno per il momento non è in grado di depredare ulteriormente l'erario. Ma per uno schieramento politico che continua ad attaccare il governo di centrosinistra per lo sforzo di rimettere in sesto le finanze nazionali, ricorrendo a slogan demagogici e populisti del tipo «Non mettete le mani nelle tasche dei cittadini», sembra quasi una nemesi storica, una vendetta retroattiva: loro, le mani sulle tasse dei contribuenti italiani, in realtà le avevano già messe per contribuire alla guerra in Iraq, la guerra di Bush e di Rumsfeld, la guerra ripudiata dal popolo americano proprio nelle elezioni di midterm appena celebrate. Anche questa inverosimile vicenda conferma una volta di più che finora abbiamo pensato al paesaggio e a tutto il nostro patrimonio artistico e culturale come all'argenteria o ai gioielli di famiglia: cioè come a qualcosa da custodire, da conservare in cassaforte e semmai da vendere o svendere in caso di necessità. Una dote, un fondo, una riserva a cui attingere nel momento del bisogno o anche solo del capriccio. E se invece provassimo finalmente a considerarlo come una risorsa nazionale, di tutta la comunità, su cui far leva, puntare, investire per il rilancio economico dell'Italia, per uscire dalla crisi, innescare e alimentare la ripresa? In un Paese come questo, povero di materie prime e ricco appunto di bellezze naturali, di monumenti e opere d'arte, sito del più grande giacimento culturale del mondo, custode del più prezioso deposito storico dell'intero pianeta, s'impone ormai una svolta nella gestione di questa immensa ricchezza collettiva. Non possiamo più continuare a derubare la natura, a saccheggiare il territorio, a deturpare il mare e le coste, a inquinare l'aria, l'acqua e tutto l'ambiente. Né possiamo permetterci di tenere in cantina, in soffitta o nei magazzini, capolavori della pittura e della scultura, quadri, statue e reperti, perché non abbiamo fondi sufficienti per restaurarli o spazi adeguati nei musei e nelle gallerie. È dunque un fatto di particolare significato, e non solo simbolico, che ieri il Convegno nazionale del Fai si sia tenuto nella sede della Confindustria a Roma, con l'apertura del presidente Luca Montezemolo a cui sono seguite due sessioni di interventi e tavole rotonde. Già il titolo del programma, "La riscossa del patrimonio", dichiarava esplicitamente l'intenzione di «evidenziare - come ha scritto la presidente Crespi nella lettera d'invito - le valenze economiche del nostro patrimonio artistico e ambientale». Ma ancor più significativa è stata la presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, massimo garante di quell'unità nazionale che si fonda proprio sulla nostra identità storica, culturale e territoriale. All'articolo 9, la Costituzione recita: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Già, ma che cosa si deve intendere esattamente per paesaggio e per patrimonio storico e artistico? E chi è chiamato a tutelarli? Quali istituzioni, enti o autorità sono tenuti costituzionalmente a tutelarli? Nel gioco a scarica barile fra potere centrale e poteri locali, fra Stato e Regioni, Province o Comuni, l'articolo 9 è stato spesso ignorato, bistrattato, vilipeso. In quest'ultimo mezzo secolo, abbiamo consumato un terzo della superficie totale del Belpaese: dai 30 milioni di ettari di suoli liberi che avevamo ancora nel 1951, siamo scesi a meno di 19 ettari non urbanizzati né infrastrutturati. È una fame di territorio, una bulimia di cemento, che erode lo Stivale modificando la natura, alterando l'assetto idrogeologico, provocando frane e alluvioni. È la fine dei paesaggi italiani, come si chiede allarmato il presidente del "Comitato per la Bellezza", Vittorio Emiliani? Se non è proprio la fine, siamo vicini. E allora, sull'onda dell'appello lanciato dal Fai, proviamo a coniugare la "riscossa del patrimonio" con la ripresa, l'ecologia con l'economia, la difesa e la valorizzazione dell'ambiente con il rilancio nazionale. Non abbiamo giacimenti di petrolio nel sottosuolo, ma in compenso il nostro "oro nero" risplende in superficie e si riflette nelle bellezze naturali, nei monumenti e nelle opere d'arte che abbiamo ricevuto in eredità e che ora abbiamo il dovere di salvaguardare, per noi stessi e per le generazioni future.