Scoprire, ritrovare, pubblicare un Caravaggio. È il sogno, talvolta l'ossessione di tanti storici dell'arte. In un'epoca che ha la memoria corta, l'importante è comunicare in fretta al mondo la scoperta anche quando non è esattamente tale. E se non è poi detto che le verifiche scientifiche confermeranno la grande notizia, nel frattempo i boatos si diffondono, e con essi la promozione delle mostre. Il caso del "Caravaggio" di Hampton Court appartenente alla collezione della regina Elisabetta (nella foto «La chiamata dei santi Pietro e Andrea», di cui ieri a Londra è stata diffusa la originalità) non emerge oggi dal buio della storia. Già nel 1925 il dipinto era stato ascritto al Gran Lombardo da Herman Voss, e la sua menzione ricorre costantemente in letteratura soprattutto a partire dagli studi di Maurizio Marini, che già dagli anni Ottanta aveva riproposto il problema dell'autografia caravaggesca dell'opera. Recentemente restaurato, il dipinto sembra esserci giunto in buone condizioni. Se non sarebbe serio confermare o respingere a priori e in modo categorico una attribuzione di tal peso e così sbandierata, è però possibile fare qui delle osservazioni provvisorie. Il taglio compositivo del dipinto è sì caravaggesco, ma ricorda molto le declinazioni del linguaggio del maestro prodotte da suoi seguaci di tutto rispetto come Bartolomeo Manfredi o, soprattutto, pittori francesi vicini a Valentin de Boulogne o Nicolas Tournier. È poi la tavolozza impiegata nel quadro a suscitare le maggiori perplessità: gli accordi di giallo, verde, carminio e ultramarino, così vicini ai modi dei pittori emiliani attivi a Roma al tempo di Caravaggio o poco dopo - Giovanni Lanfranco, ad esempio - sono difficili da ritrovare in tale configurazione nella produzione di Caravaggio. Basta osservare la «Conversione di San Paolo» Odescalchi, in mostra in Santa Maria del Popolo, per trarre le proprie conclusioni. Vedremo in seguito, all'apertura della mostra alla Stazione di Roma (il 21 novembre), quanto respiro mostrerà di possedere questa "nuova" idea. Resta però, tutta intera, ogni perplessità possibile sul «caso Caravaggio» in quanto fenomeno mediatico. Così come, subito dopo la morte prematura del maestro, la fame di sue opere portò ad una produzione intensissima di copie e varianti dei suoi capolavori, così oggi si continua a frugare tra le pieghe del suo catalogo in cerca di grandi gemme, incontrando non di rado solo briciole.