IL 13 dicembre, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inaugurerà il "nuovo" Palazzo Barberini: la Galleria nazionale d'Arte antica della Capitale, nello stabile finalmente liberato dal Circolo Ufficiali; dopo oltre un decennio che non se ne indicevano, a gennaio partirà un concorso per 40 nuovi soprintendenti e dirigenti dei Beni culturali; il Codice Urbani, che "governa" questo settore, sarà profondamente modificato: se ne interesserà una commissione presieduta da Salvatore Settis, nominato (proprio ieri) anche a capo del Consiglio Superiore dei Beni culturali che, a cent'anni dalla fondazione, viene rivitalizzato; Rutelli ha indicato gli esperti che a lui competono, e sono: Antonio Paolucci e Andrea Emiliani, già soprintendenti a Firenze e Bologna (il primo, anche ministro nel Governo Dini), il professor Cesare De Seta, e Andreina Ricci, archeologa, docente a Tor Vergata. Infine, il teatro Petruzzelli di Bari, la cui ricostruzione langue dopo l'incendio di 15 anni fa, diverrà pubblico; e le nubi di un " ukase " assoluto (l'invito a tutti i musei del mondo a evitare qualunque rapporto con lui) s'addensano sul Getty Museum, che non intende restituire all'Italia l' Atleta in bronzo di Lisippo e la Venere di Morgantina: «Scandaloso». Francesco Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni culturali, è generoso con l'annuale convegno del Fai, alla Confindustria, davanti al presidente Giorgio Napolitano con la signora Clio: all'occasione, riserva una serie d'annunci di notevole importanza, ed è il primo a sottoscrivere il «grande patto» per i beni culturali, il paesaggio, e l'ambiente che Giulia Maria Crespi, fondatrice del Fai e sua presidente, propone, ed anzi esige. Riscuotendo un "sì" unanime: da Luca di Montezemolo per la Confindustria, ai rappresentanti di commercianti, artigiani, enti locali. «Il patrimonio culturale può e deve essere un volano anche per l'economia e l'occupazione, bisogna puntare alla qualità», dice donna Giulia; «tutela e sviluppo mai più disgiunti o in opposizione», le fa eco Montezemolo; e Rutelli rilancia: «Rivedere da cima a fondo il Ministero, e la distribuzione delle risorse»: nel 2001, erano lo 0,48 per cento della spesa pubblica, ora lo 0,26. Ma il Ministero spende anche poco: in 5 anni, oltre due miliardi di residui passivi, 763 milioni solo nel 2005. Una riorganizzazione che "taglia" al vertice, e immette gente nuova, «l'età media dei funzionari viaggia sui 55 anni». «Gli edifici sottoutilizzati, fruirli ma non venderli», dice il Ministro. E rivela che Pienza ha un solo geometra in organico: come tutelare la città? Il più recente scandalo, «villini dozzinali e vergognosi a Monticchiello», va comunque sanato: «Gli enti pubblici che hanno approvato la bruttura, ora acquistino gli edifici per abbatterli», chiede Settis, che dirige la Normale di Pisa. Settis è severo: «Più sono i Comuni a decidere la tutela, più si sfascia il paesaggio»; «tante assunzioni, solo per concorso». Il direttore generale Roberto Cecchi: «Dal 1985, il territorio da tutelare è triplicato; oggi è il 46,9 del nostro Paese; ma uomini e risorse si sono ridotti»; qualche economista annota che «la tutela del patrimonio ha effetti positivi anche sull' export dei prodotti italiani»; infine, è il Governatore della Sardegna, Renato Soru, che infiamma i delegati: «Non fare più paesi e villaggi per il turismo, ma far sì che il turismo viva i nostri paesi; sulle coste dell'isola, non si costruisce più: il divieto vale per una profondità media di tre chilometri dal mare; valorizziamo quanto già possediamo: il paesaggio, le nostre bellezze, la cultura, la nostra diversità». A sera, resta l'impegno di Montezemolo: «Cultura e turismo sono un potenziale molto inespresso del Paese, bisogna fare qualcosa tutti assieme»; l'annuncio di Rutelli che «anche il contratto di servizio della Rai prevede più spazi per la cultura»; la prossima firma «mese d'importanti accordi con vari musei americani», per cui il "no" del Getty è ancor più grave; l'allarme di Settis per Mantova, «le mura di pietra e acqua messe a repentaglio da un muro di cemento»; la scelta che a redigere i piani paesistici siano lo Stato con le Regioni. Per scongiurare quanto Piovene scriveva 50 anni or sono: «Nessun Paese permetterebbe di deturpare, come da noi, città e campagne; l'Italia rischia d'entrare tra i popoli di cultura bassa».