Andreina Ricci, archeologa di fama che ora insegna a Tor Vergata, ha pubblicato per Donzelli un piccolo saggio (Attorno alla nuda pietra) che scarnifica con gli argomenti della scienza teoria e prassi odierne della tutela del patrimonio culturale. La Ricci ricostruisce il percorso attraverso cui si è giunti «a una politica della tutela connotatasi, quasi unicamente, come strumento di opposizione. Verso un passato prossimo: più facile da cancellare, rifiutandolo in blocco, che da pensare. Verso un presente: teso unicamente a garantire preesistenze considerate concluse nel loro ciclo trasformativo. Verso un futuro: estraneo, astratto, mai localizzabile né compatibile coi resti materiali del passato». Il passato prossimo che i professionisti della tutela vogliono cancellare è quello dell'uso politico della storia che caratterizzò il regime fascista e la sua politica urbanistica, manipolativa dei reperti del passato a fini identitari. Ma questa rispettabile preoccupazione ha dato luogo a una pura e semplice «strategia di interdizione» che si concreta in «una separazione netta, radicale, tra gli specialisti (de-tentori e depositari di particolari saperi) e i comuni cittadini», tale da giustificare «l'autorità, l'ascolto, il potere, del tutto inediti, che - almeno per l'archeologia del territorio - tali figure professionali hanno guadagnato». Da questa professionalità è del tutto estranea la didattica, scartata per riflesso pavloviano rispetto alla pretesa pedagogica del fascismo. Ma in essa non è neanche presente, secondo la Ricci, un sufficiente rigore scientifico. Gli specialisti, infatti, dimenticano troppo spesso che «sapere significa scegliere», e corrono così «il rischio di confondere memoria e mnemotecnica», per cui prediligono «tecniche di accumulo di una memoria quantitativa auspicabilmente infinita» senza rendersi conto che «i resti che emergono dal terreno non corrispondono che raramente ad unità a sé stanti», ma sono invece «come i caratteri dell'alfabeto rispetto a un testo scritto che, da tali caratteri, isolati, non è automaticamente interpretabile». E se è vero che non si può «commissionare una ricerca storica a un idiot savant, come nessuna persona dabbene potrebbe pensare di consegnare ai caratteri dell'alfabeto la conoscenza vera», si può concludere che il giudizio dell'autrice su questo tipo di professionalità è piuttosto severo. Invece bisogna «allontanare la tentazione di credere che accumulare frammenti di preesistenze equivalga, di per sé, ad accumulare una memoria», perché «l'azione del ricordare deve avvenire, e deve avvenire nel presente». Per cui l'archeologo deve assumersi la responsabilità di scartare, operando «una potatura» delle preesistenze, e quella di «valorizzare», che non è una cosa che riguarda la legge Ronchey, come il povero lessico dei legislatori ritiene, ma è la lettura attraverso la quale si da un senso contemporaneo ai frammenti del passato, e lì si colloca adeguatamente nel tessuto urbano. Inutile dire che dopo la lettura di questo saggio si ha l'impressione che «nuda» sia non solo la pietra, ma anche (e proprio nel senso di Andersen) l'Amministrazione dei Beni culturali, che si fonda appunto sull'autorità, l'ascolto e il potere degli specialisti dell'accumulo e della sottrazione confusa con la conservazione. Un «potere assoluto» che rappresenta «una vera e propria anomalia all'interno dell'amministrazione dello Stato» e che si giustifica con un permanente «stato d'eccezione» spesso alimentato, come in qualsiasi stato di polizia, dagli stessi tutori dell'ordine: «l'unico caso in cui uno stesso soggetto può legittimamente imporre, eseguire e collaudare una qualsiasi opera». La Ricci conduce il suo ragionamento riferendosi principalmente alla città di Roma ed ai conflitti che ne hanno accompagnato lo sviluppo urbanistico a partire dagli anni '30: uno scenario che può ben essere considerato paradigmatico di ogni politica di tutela. Ora è ministro dei Beni culturali l'ex sindaco di Roma, ed è sindaco di Roma l'ex ministro dei Beni culturali. Sarebbe interessante se Rutelli e Veltroni, a partire dalla loro esperienza, si misurassero su questi temi: tenendo però presente che «i valzer di leggi, ordinamenti e codici (che le diverse parti politiche avvicendatesi hanno emanato in tiepida competizione tra loro) non hanno mai avuto per oggetto -almeno di recente - una revisione coraggiosa di finalità e risultati della tutela dei beni diffusi sul nostro territorio». Le riforme organizzative del ministero dei Beni culturali, infatti, resteranno sempre a somma zero se non si avrà il coraggio di rivedere una legge di tutela che non a caso porta la firma di Giuseppe Bottai e risale al 1939, e che rappresentò allora la reazione, tutta interna alla concezione fascista dello Stato, a scelte urbanistiche a loro volta coerenti alla concezione fascista della politica e della pedagogia di massa. Dopo sessant'anni di Repubblica, insomma, sarebbe utile un contributo originale, quale non fu, nel 1975, e nonostante la generosa dedizione di Spadolini, la creazione di un Ministero ad hoc. Che peraltro (a proposito di «stato d'eccezione») venne costituito per decreto-legge, come si può fare solo in caso di necessità e urgenza.
Lo stato d'eccezione dei Beni culturali
Andreina Ricci, archeologa e professore di Tor Vergata, ha pubblicato un saggio intitolato "Attorno alla nuda pietra" in cui critica la politica della tutela del patrimonio culturale. Ricci sostiene che la tutela è diventata un'istituzione astratta e distaccata dal passato, che si concentra solo sulla conservazione delle preesistenze senza considerare il loro contesto storico e culturale. Inoltre, Ricci critica la professionalità degli specialisti della tutela, che secondo lei è troppo concentrata sull'accumulo di conoscenze e non sufficientemente rigida e scientifica.
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