L'articolo che Roberto Barzanti ha scritto per il Riformista sulla vicenda di Monticchiello, o meglio della intera regione Toscana, non può che essere largamente condiviso. Poiché al convegno del 28 novembre - dov'ero fra i relatori - si è allargato il discorso alla regione e all'intero Paese, vorrei sintetizzare come e perché. Intanto va detto che la marea di costruzioni che sta invadendo l'Italia (mille cantieri nella sola Vigevano), e quindi pure la Toscana, ha molti padri: la bolla speculativa, la febbre del mattone (da seconda casa), la debolezza delle soprintendenze, l'inerzia delle regioni, l'acquiescenza dei comuni. Questi ultimi, privati di parecchi trasferimenti centrali, si arrangiano come possono assecondando una edilizia che frutta loro buoni incassi (poi si vedrà chi, alla fine, pagherà gli oneri urbanizzazione). Gli investimenti nella sola edilizia residenziale sono balzati in pochi anni da 58 a 71 miliardi di euro. Possono (e vogliono) i comuni fronteggiare validamente con una mano la dirompente febbre edilizia che sta alzando gru ovunque, visto che, con l'altra mano, incassano fondi cospicui dalla medesima? Ma, ecco il punto-chiave, la regione Toscana è stata e rimane fermissima nell'assegnare ai comuni, sub-delegandoli, il ruolo di tutori del paesaggio. Quasi che esso fosse un fatto municipale e non nazionale (articolo 9 della Costituzione). Questa autotutela municipale è costituzionalmente corretta? A me pare di no. Soltanto la regione Toscana sostiene che il Titolo V della Costituzione del 2001 (improvviso e affrettato pasticcio di fine legislatura) ha previsto che Stato, regioni, enti locali siano «equiordinati», cioè che nessuno possa interferire negli atti dell'altro. In altre regioni invece si è legiferato dopo il Titolo V mantenendo alcuni chiari valori gerarchici (ad esempio, la provincia sui comuni). Di recente poi, con la sentenza n. 18206 e con altre successive, la Corte costituzionale ha ribadito la sovraordinazione nella attività pianificatoria della regione sulle province e di queste ultime sui comuni, testualmente «secondo un modello rigidamente gerarchico». Sentenze da rispettare, anche per ragioni funzionali, oppure trascurabili "grida"? V'è di più. Il codice dei beni culturali e paesistici prescrive alle regioni di redigere piani paesaggistici dettagliati. Sempre la Corte ha stabilito che essi devono essere formati dalla regione, in collaborazione coi ministeri dei Beni culturali e della tutela dell'ambiente e del territorio, e riguardare l'intero territorio regionale. E ammessa la sub-delega ai comuni soltanto laddove i piani paesaggistici regionali siano stati formati d'intesa coi due ministeri, e gli strumenti urbanistici comunali siano stati adeguati a tali piani paesaggistici. Anche in quel caso resterà peraltro vincolante il parere della soprintendenza statale circa il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche. Fino a quando la pianificazione paesaggistica regionale non sarà stata pienamente adeguata alle disposizioni del Codice - per contenuti, efficacie, ambito di riferimento - le soprintendenze possono "annullare" (per motivi non soltanto di legittimità, ma anche di merito) le autorizzazioni paesaggistiche rilasciate dalle regioni, ovvero dai soggetti istituzionali da queste sub-delegati. Infine, ai sensi del codice, resta intatta la competenza sia del ministero per i Beni e le attività culturali che della regione di ordinare la sospensione di qualsiasi lavoro iniziato su qualsiasi immobile, anche non previamente "vincolato", che risulti «capace di recare pregiudizio al paesaggio». Tali regole sembrano non valere -ecco uno dei problemi-chiave - in Toscana. Chi le sostiene viene considerato, e subito bollato, come "neo-centralista". Ha ragioni Barzanti a sostenere che il paesaggio, anche quello toscano, ha subito numerose modifiche e però esse, nei secoli, sono state spesso migliorative. Emilio Sereni sosteneva che il contadino toscano avesse in testa il paesaggio di Benozzo Gozzoli e quello del Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio. Oggi dietro il grido «II paesaggio ai Comuni! Il paesaggio non è un museo!» c'è la voglia di tirar su tante lottizzazioni (brutte, proprio brutte) come quella di Monticchiello-Pienza. Magari a Mantova, sui laghi, in faccia al Castello di San Giorgio, come ha denunciato Fiorenza Brioni, sindaco ds della città, la quale ha osato cancellare, fra accuse e minacce, le 200 villette e le due torri condominiali volute dal suo predecessore, pure ds. Ce ne fossero di Fiorenze Brioni. Ma temo che siano poche, ahinoi.