Le Squadre Mobili di Agrigento e Palermo hanno arrestato 10 persone tra Campobello di Licata, Palermo e Catania A un certo punto hanno pensato che la sfortuna li perseguitasse. Non sapevano che alle calcagna avevano le forze dell'ordine, pronte a intervenire ancor prima di compiere ruberie in banche, uffici postali e in gioiellerie. Quando pensavano che le malefatte compiute tra il 2003 e il 2004 nessuno le ricordasse più, nelle case di 10 persone sono piombati i poliziotti delle Squadre Mobili di Agrigento e Palermo per eseguire l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Agrigento Walter Cariisi, su richiesta del sostituto procuratore Luca Sciarretta. Gli agenti agrigentini coordinati dal dirigente e vice questore Attilio Brucato e quelli palermitani agli ordini di Piero Angeloni hanno dato vita la scorsa notte all'operazione denominata «Antiqua». In carcere si trovano da ieri Luigi Viola 40 anni di Campobello di Licata, Girolamo Castiglione 31 anni di Palermo, come di Palermo sono Andrea Mazara di 35 anni, Salvatore Giusino di 44 anni, Michele Trantina di 49 anni, Francesco Paolo Grano di 46 anni, Giovanni Caruso di 35 anni, Paolo Pace di 34 anni e poi Salvatore Aguglia 58 anni di Piazza Armerina e Alessandro La Rosa 28 anni di Catania. Due soggetti risultano essere ancora latitanti. Tutti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata ai furti d'arte e rapine. In manette non sono finiti però raffinati antiquari amanti dell'arte, ma soggetti che con l'avallo di cosa nostra avevano intenzione di arraffare denaro e oggetti preziosi, puntando anche a colpi in chiese e santuari dove arraffare oggetti a carattere religioso. Come nella notte tra il 12 e 13 settembre del 2004 quando dal Duomo di Racalmuto vennero asportate 5 tele. La refurtiva venne ritrovata dopo poco tempo, come vennero identificati e arrestati due protagonisti del furto d'arte nel Duomo. La vicenda era però ben lungi dal considerare conclusa. Qualche mese prima la Direzione Distrattuale antimafia di Palermo aveva infatti commissionato e fatto effettuare intercettazioni ambientali a carico di soggetti vicini ai mafiosi operanti tra Campobello di Licata e Ravanusa, ovvero il feudo di Giuseppe Falsone, ritenuto dagli inquirenti capomafia provinciale. Grazie alle «cimici» gli investigatori sono riusciti a sapere il giorno e l'ora in cui la banda di malviventi avrebbe colpito alle poste di Ravanusa, nella gioielleria Matines di Canicattì o in banche di Campobello di Licata. A essere sventato fu anche un colpo a palazzo La Lomia in quel di Canicattì. Quando la banda si presentava sul luogo prescelto trovava sempre «casualmente» una pattuglia dei carabinieri o della polizia che consigliava di darsela a gambe pur senza intervenire. Colpi sventati dunque senza che le forze dell'ordine abbiano dovuto usare le maniere forti, ma chiudendo il cerchio attorno agli indagati, dieci dei quali arrestati ieri. Molti però si sono chiesti cosa c'entrasse la mafia in questa faccenda. La spiegazione gli inquirenti l'hanno data indicando nella casa del boss di Ravanusa Luigi Boncori, arrestato nei mesi scorsi nel contesto dell'operazione Ghost 2 il luogo dove «ambasciatori» della banda si sarebbero recati per chiedere consigli e consensi sul loro operato. Uno di questi ambasciatori è uno dei latitanti delle ultime ore, sfuggiti alla retata di ieri. Le tele rubate dovevano essere sciolte per farne inchiostro (f.d.m.) - Fino a ieri era ben nota la pratica attuata da cosa nostra di fare sparire chi dava fastidio all'organizzazione utilizzando il sistema della «lupara bianca». Ovvero prima l'uccisione del predestinato da effettuarsi con pistole, armi o altro, azioni alle quali dare un seguito sciogliendo il cadavere nell'acido o con altri macabri sistemi. Per anni con la lupara bianca sono spariti tanti uomini, donne e anche bambini come il piccolo Santino Di Matteo. Quando però ieri mattina è stata illustrata l'operazione Antiqua è stato possibile toccare con mano una tra le nuove frontiere della criminalità organizzata. La pratica della liquefazione delle opere d'arte appena rubate, in questo caso tele dipinte a olio, per farne inchiostro da riciclare. A fare questa fine decisamente ingrata sarebbero state anche le cinque opere d'arte rubate nel settembre di 2 anni fa all'interno del Duomo di Racalmuto. L'inchiostro ricavato dallo scioglimento delle tele sarebbe stato riutilizzato per effettuare restauri di cui nulla si sa. Per fortuna a sventare la «lupara bianca delle tele» ci pensarono le forze dell'ordine. LA CHIESA. La Curia di Agrigento col supporto della Cei e della Sovrintendenza è molto attenta al proprio patrimonio Sono oltre ventimila i beni religiosi censiti Fino a qualche anno fa neanche i vescovi sapevano probabilmente la reale dimensione del patrimonio mobile e immobile della chiesa agrigentina. Negli ultimi anni però è avvenuta una decisa inversione di rotta, dettata probabilmente dalla necessità di salvaguardare i tesori artistici e storici a sfondo religioso che arricchiscono parrocchie, santuari, cattedrali e luoghi di culto in genere. Salvaguardare il tutto dalle attenzioni crescenti della criminalità spesso dedita a rubare in chiesa. Insomma nulla giustificava altre perdite di tempo nel conoscere la reale dimensione di un vero tesoro inestimabile e in gran parte sconosciuto. Un lavoro certamente immane si è dunque prospettato dinanzi ai pazienti esponenti del settore tutela dei Beni culturali della Curia di Agrigento, il cui responsabile don Giovanni Mangiapane è degno rappresentante. Uomo di chiesa che da sempre fa della moderazione e della pazienza un comandamento primario, ha dettato i tempi del più grande censimento di beni che la chiesa agrigentina abbia probabilmente effettuato. Avvalendosi di collaboratori fidati, don Giovanni li ha sguinzagliati in tutte le parrocchie dell'arcidiocesi, dando loro mandato di catalogare ogni tipo di bene, anche quelli apparentemente di minore valore economico. Dopo mesi di certosina attività d'indagine alcune settimane fa è stato presentato il risultato di questa passata al setaccio. «Sono oltre 22 mila - racconta don Mangiapane - le schede che abbiamo raccolto e catalogato, corrispondenti a una per ogni bene identificato. Una mole di oggetti di vario genere che è possibile consultare grazie al ed che abbiamo realizzato per accedere più facilmente a tale elenco. Si tratta di beni mobili che grazie alla Conferenza Episcopale Italiana e la Sovrintendenza di Agrigento continuiamo a monitorare, effettuando quegli interventi di salvaguardia necessari a garantire la loro durata nel tempo». Don Mangiapane cita la Cei non solo quale collaboratore del censimento. Il ruolo della Conferenza episcopale è anche assai concreto perché con lo stanziamento annuale di circa 13 mila euro permette alla chiesa agrigentina di effettuare quegli interventi di messa in sicurezza di vari luoghi sacri. «Negli ultimi cinque anni sono stati installati oltre 100 sistemi di allarme in altrettante chiese e santuari della nostra arcidio-cesi e altri ne verrano predisposti in futuro. Certamente all'elenco dei beni censiti manca ancora qualcosa, ma l'attenzione verso questo patrimonio è molto alta». F.D.M.