Una città indifesa che rischia di finire sull'orlo del baratro USCITA rinfrancata sulla sua centralità mondiale dalle celebrazione per i 40 anni dell'Alluvione, Firenze scopre però di essere una città con l'identità infangata e senza difese. Non solo dalle acque dell'Arno che l'anno sommersa nel 1966 e che hanno accelerato il cambiamento dei suoi connotati urbanistici, ma anche e soprattutto nei confronti delle aggressioni del turismo di massa e della nuova industria (fast food, banchi di cambio valuta) che ne è scaturita, degli immigrati che fanno delle strade del centro storico un mercato selvaggio di merci contraffatte, degli angoli dimenticati e sporchi, dell'asfalto che mangia le vecchie pietre. Il «caso Firenze», che nella sua drammaticità vive l'emergenza di Venezia, ha raggiunto un livello di gravita oltre il quale c'è la lenta discesa verso la morte. Che sia fra cento, duecento o cinquecento anni. Indifesi i monumenti, indifesi i camminamenti urbani, indifese le chiese. Nei giorni scorsi il cardinale Ennio Antonelli ha ammesso che il decoro, in alcuni luoghi, lascia a desiderare. Le basiliche, senza adeguata vigilanza, restano chiuse ai visitatori e inevitabilmente aperte a vandali e ladri. Ieri il prefetto Andrea De Martino ha rivelato che i furti di opere d'arte sono un'altra alluvione. Il chiostrino di San Marco, la Biblioteca Nazionale, il Bargello, lo Stibbert: musei celebri diventati facile bersaglio di chi cerca souvenir. L'amministrazione pubblica non ha le forze e i soldi per garantire sicurezza, vivibilità e salvaguardia del patrimonio. Ma questa non è una giustificazione per assistere impotenti alla morte di Firenze. A meno che non siamo di fronte a una dichiarazione di resa, della quale però le istituzioni fiorentine si devono ritenere chiaramente responsabili di fronte al mondo. Il sindaco Leonardo Domenici ha chiesto aiuto alla Finanziaria, forse l'avrà attraverso la cosiddetta «tassa di scopo», un balzello per turisti che usano e spesso non si fanno scrupolo di maltrattare la città. Dunque contribuiscano, vivaddio, alla sua costosa manutenzione. Vorremmo tuttavia il conforto di una vera presa di coscienza da parte di tutte le componenti sociali i commercianti, gli artigiani, i sindacati e il mondo della cultura che la città è condannata a una fatale e definitiva involuzione se non viene arrestata l'autodistruzione quotidiana. Continuare così è come dare a Firenze una spinta sull'orlo del baratro.