L'ex sindaco dopo l'intervento di Giavazzi: sì ai fondi, ma vanno usati diversamente «Venezia ha bisogno dei barbari. Deve fare come la Repubblica veneta, che dopo le pestilenze apriva le porte e faceva entrare tutti: nuove forze, nuove energie». Ma non sono certo i turisti, i barbari a cui pensa l'economista Paolo Costa, sindaco della città lagunare dal 2000 al 2005 ed europarlamentare della Margherita. Altrimenti si rischia l'effetto Disneyland paventato da Giavazzi sul Corriere... «L'intervento di Giavazzi è utile perché squarcia un velo, ci costringe a riprendere una discussione che a Venezia è nota ma rischia di banalizzarsi, di "cloroformizzarsi", il "caso Venezia" è da rileggere come risorsa, non come problema. Partendo magari dal rapporto Unesco del '68, stilato dopo l'alluvione del '66 e citato dallo stesso Giavazzi». È un rapporto di quasi quarant'anni fa. «Ma ancora di grande attualità. L'idea base, dopo la "grande paura", era: togliamo di mezzo i problemi di salvaguardia dei beni culturali, poi poniamoci subito il problema di come valorizzarli. E qui farei un distinguo rispetto a Giavazzi: tagliare i soldi a Venezia può essere una battuta. Ma qui siamo di fronte a un patrimonio di tale importanza, che ogni spesa è giustificata». Sì ai fondi, dunque. Da usare come? «Dobbiamo pensare a cosa potrà diventare Venezia domani. È un tema che negli anni si è perso, perché abbiamo continuato ad azzuffarci sulla salvaguardia dalle acque, su Marghera... Ora spero che si metta finalmente da parte il problema Mose e che si dedichi qualche energia intellettuale al ruolo futuro della città». E come rinascerà Venezia? «Ricucendo il rapporto tra centro storico e terra-ferma, e l'intervento-simbolo, in questo senso, è la metropolitana sublagunare. Rinnovando forze e idee: l'età media dei veneziani è elevata, per questo dico di aprire le porte ai "barbari". Ma i barbari li chiamo solo se possono offrire opportunità. Venezia è idealmente il reparto marketing del Nordest produttivo: creiamo accessibilità, invitiamo le aziende a vivere il clima di questa incredibile "vetrina". Investiamo sui centri di eccellenza, come la Venice International University sull'isola di San Servolo. Usiamo il marchio di Venezia (elaborato con Philippe Starck) per far partecipare al progetto di rilancio della città chi, nel mondo, ne usa il nome a fini commerciali. Un progetto globale che, sullo sfondo, esige un contenimento dell'alluvione" dei turisti: selezionare gli ingressi del resto permette di accedere meglio a musei e servizi. E di destinare ad altri usi le risorse oggi monopolizzate dal turismo». Il problema, sembra di capire, non è la mancanza di idee. «No. Il problema semmai è metterle in pratica, scontrandosi con interessi locali molto forti. Quel che manca nella Serenissima di oggi, rispetto alla Repubblica veneta sopravvissuta alla peste, è lo spirito imprenditoriale, reso ottuso dalle rendite turistiche. Venezia è la città del domani, e la stiamo sottoutilizzando. A Firenze l'anniversario dell'alluvione ha suscitato dibattiti e reazioni, da noi non si è visto niente di simile. Quel che ci vorrebbe è un forum: per chiudere con le discussioni del passato e aprirne una sul futuro, seguita dai fatti però. Poi, porte aperte ai barbari».