Salari livellati, ma la vera differenza è fra Sud e Nord Stipendi bassi, doppio lavoro, precariato: è la vita del neo-statale ROMA «Sui giornali scrivono che ci sarà un aumento di 100 euro al mese. Il pizzicagnolo sotto casa legge i titoli, ci crede e mi alza il prezzo del prosciutto. Vagli a spiegare che quei 100 euro sono lordi e a me non ne arrivano neppure 60». La signora Maria lavora al ministero delle Comunicazioni, impiegata statale di livello B3, ex sesto livello. Ha venticinque anni di servizio, una laurea nel cassetto e un figlio disabile da mantenere. Stipendio netto mille e 300 euro al mese. Le fa effetto leggere sui quotidiani o sentire in tv certi complimenti: «fannulloni», «nullafacenti», «privilegiati», come sempre più spesso vengono battezzati quelli che vivono nel mondo del pubblico impiego, anzi nella «cuccagna statali». Nel paese della cuccagna si guadagna così. Un impiegato di area A (usciere) arriva sì e no a mille euro netti. Ai gradini alti della gerarchia la busta paga non cambia di tanto: uno C3, ex nono livello, si aggira sui mille e 500 euro. Solo un dirigente può aspirare a retribuzioni superiori ai 2-3 mila euro. Ma non tutti gli impiegati sono poveri allo stesso modo. La busta paga che a Roma o Milano non serve neanche a pagare un affitto, a Campobasso o ad Agrigento garantisce una vita più che discreta. Antonio, che fa il sindacalista al ministero dell'Economia, racconta le telefonate dei colleghi settentrionali: «Mi chiamano da Venezia, vorrebbero un'indennità Laguna. Per loro cappuccino e cornetto fanno 3 euro e mezzo». Ecco perché le piante organiche sono affollate al Sud e sguarnite al Nord. Secondo i calcoli dell'Aran, da qualche anno il salario contrattuale nel pubblico impiego procede più o meno alla stessa velocità dell'inflazione. Evidentemente gli statali guadagnavano poco anche prima, forse ci facevano meno caso. Le cifre dell'Aran però dicono anche un'altra cosa: se si includono nel conto i premi di produttività e gli avanzamenti di carriera, allora la retribuzione media è cresciuta il doppio dell'inflazione. Nell'ultimo decennio sono state distribuite moltissime promozioni, l'impiegato di oggi è più qualificato di un tempo, gli operai non esistono più e i "camminatori" vengono rimpiazzati dai pony express. Le promozioni sono arrivate a tanti, ma non a tutti. Per gli esclusi c'è solo la speranza del salario accessorio, la famosa "produttività", che in genere però si traduce in una mensilità aggiuntiva divisa in parti quasi uguali fra tutto il personale. Di solito si dà la colpa ai sindacati che non vogliono la meritocrazia, ma le responsabilità sono molto più diffuse. I primi a volere le indennità a pioggia spesso sono i dirigenti, anche perché così possono a loro volta sottrarsi a ogni valutazione e incassare i premi di risultato. Nella scuola, invece, chi vuole fare gli straordinari arrotonda lo stipendio con le ore aggiuntive delle attività extrascolastiche. Ma i fondi sono limitati, vince chi arriva per primo. Il professor Ceccarelli racconta una riunione del collegio docenti in una scuola media romana: «Ogni tanto si alzava un professore e faceva una proposta. L'insegnante di italiano ha presentato un progetto per un corso di scrittura creativa. Quello di storia un seminario per la lettura del quotidiano. Quello di matematica un ciclo di lezioni informatiche. A un certo punto si è alzato il prof di educazione fisica: "E me so' rotto er cavolo! Se c'è una torta da spartire voglio una fetta pure io: propongo un corso di flessioni». Molti hanno la fortuna di contare su un secondo lavoro: «Il preside si dedica alla sua azienda agricola, altri colleghi danno ripetizioni, l'insegnante di musica fa i concerti». Ma la scuola è ormai un'eccezione, nelle altre amministrazioni pubbliche il fenomeno del doppio lavoro è in regresso. «Un tempo spiega Giuseppe, funzionario C1 alla Ragioneria dello Stato si veniva a timbrare il cartellino e poi si usciva a fare altro. Oggi è impossibile, almeno qui nella sede di via XX settembre: ci sono i girelli all'ingresso, le presenze sono registrate, e dobbiamo lavorare anche il pomeriggio perché c'è l'orario lungo». I luoghi comuni da sfatare sul pubblico impiego sono tanti. L'Ocse dice che in Italia ci sono meno dipendenti pubblici che negli altri paesi. E anche il mito dello statale con il posto garantito va parzialmente rivisto. Nei giorni scorsi è stata contrapposta la vertenza sindacale dei dipendenti pubblici alla protesta dei lavoratori precari. Si può immaginare la perplessità di Barbara, impiegata B3 con contratto a termine, una dei tanti: nelle amministrazioni italiane ci sono almeno 200 mila lavoratori atipici, fra tempo determinato, co.co.co, interinali, lsu. «Io sono entrata ai Beni culturali nel '99, avevo trentacinque anni. Ora ne ho 42 e vivo ancora così. Sono laureata e plurilingue, ho vinto un concorso pubblico. Sono stata assunta come assistente museale, dovrei curare gli allestimenti, ma siccome c'è carenza di personale sono costretta a fare il custode. Sono pagata come un B3 ma svolgo un lavoro da B1: uno spreco per lo Stato». Il contratto di Barbara prevede l'orario al 50 e il salario pure: 650 euro al mese. Ora una norma della Finanziaria dovrebbe finalmente consentire l'assunzione dei precari ai Beni culturali. «Speriamo che ci assumano con l'orario pieno». Senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita dipende dai lavoratori precari. Sono precari gli infermieri che curano i feriti della metropolitana a Piazza Vittorio, i ricercatori che insegnano all'università, le maestre d'asilo. Nelle scuole materne della capitale hanno un contratto interinale persino i cuochi della mensa. «Il comune di Roma ha 7 mila precari: 4 mila lavorano nelle materne e nei nidi, ma ci sono anche molti impiegati amministrativi» enumera Roberto Betti, sindacalista delle Rdb-Cub. «Hanno già superato una selezione, occupano posti vuoti: perché non stabilizzarli?»
Il pubblico impiego tra falsi miti e fenomeni recenti.
Il pubblico impiego è caratterizzato da stipendi bassi, doppio lavoro e precariato. I dipendenti statali, come la signora Maria, che lavora al ministero delle Comunicazioni, hanno stipendi netti di circa mille euro al mese. I dirigenti, invece, possono aspirare a retribuzioni superiori ai 2-3 mila euro. Tuttavia, la retribuzione media nel pubblico impiego è cresciuta solo alla stessa velocità dell'inflazione. Le promozioni sono arrivate a tanti, ma non a tutti, e i sindacati sono accusati di non voler la meritocrazia. I dipendenti precari, come Barbara, che lavora come assistente museale, hanno contratti a termine e orari al 50.
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