Giù le mani dai Bronzi di Riace. Chi vuole assaporare la loro misteriosa, inquietante e francamente eccessiva bellezza venga qui, a Reggio, per goderseli nella sala più fresca e meglio protetta di uno dei maggiori musei italiani della Magna Grecia. Venga fin nella Sala dei Bronzi, dove il respiro e la traspirazione di chiunque entri, l'umidità e tutti gli altri fattori ambientali, sono monitorati in permanenza e corretti in tempo reale perché i Due Guerrieri non abbiano mai a soffrire. Non hanno fatto così per vederli, del resto, Mitterand e Marcello Mastroianni, Melina Mercuri e il grande Nureiev? Clonare i Bronzi? Mandarli in giro per il mondo a fare pubblicità e attirare turisti in Calabria, anche perché le opere d'arte sono del mondo intero e non di singole comunità? No, no e no. Non se ne parla neanche. La città, rispetto a queste ipotesi, si mette di traverso. Il risultato del referendum dice che potrebbe farlo, e speriamo non con la determinazione che in alcune occasioni, anche tragiche, ha sfoderato. I reggini sono convinti: dietro la folla di presunte buone motivazioni scientifiche, culturali e umanitarie (per la verità, spesso attaccate con la saliva) messe in campo per convincerli a creare due Dolly-guerrieri c'è in realtà qualche affare chissà a favore di chi, e comunque c'è certamente il disegno di strappare alla città l'esclusiva dell'ottava meraviglia del mondo, l'incanto e il fascino usati dai reggini per riconoscersi e identificarsi tra loro. Perché i reggini, gli abitanti della città della Fata Morgana, sono quelli che hanno il privilegio di custodire le Statue divine di Fidia (forse). Esito scontato, quindi, quello del referendum sulla clonazione dei Bronzi. Dalle urne, no a valanga. Esito scontato, ma ugualmente clamoroso perché in più di trentamila si sono presentati ai seggi e hanno fatto la fila per poter rigettare il quesito sulla riproduzione dei Bronzi. Il referendum l'hanno lanciato insieme i tre grandi sindacati, gli amici del Museo e una miriade di organizzazioni culturali e circoli cittadini. Il sindaco ha fatto propria la proposta appoggiandola con convinzione. Reggio, per la verità, non ha mai amato i referendum. Perfino a quelli sul divorzio e l'aborto si presentarono appena metà degli aventi diritto, attorno ai sessantamila. Ma da allora i tempi sono cambiati, la partecipazione s'è incrinata, e mettere insieme oggi trentamila persone che votano (i seggi sono stati aperti una settimana e ha potuto votare anche chi aveva compiuto 15 anni entro il 30 giugno) mentre infuria il caldo e impazza l'estate è una specie di miracolo che solo il governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti (inizialmente voluto non si sa bene se da Forza Italia o An: entrambi smentiscono) poteva fare. Perché una cosa è certa: i trentamila di Reggio, anche se il sindaco di An Giuseppe Scopelliti fa finta di sbracciarsi per dire che il voto non è contro qualcuno ma a favore di qualcosa (altre maliziose secchiate di veleno contro il presidente della Regione), sono andati disciplinatamente alle urne per infilzare Chiaravalloti che ormai nell'immaginario collettivo dei reggini, lui da solo, somma le antipatie che durante i moti di Reggio furono di volta in volta riversate contro Colombo e Misasi, Mancini e Berlinguer. E' stato Chiaravalloti, zitto zitto e senza dire niente alla città, a fare approvare dalla sua giunta il progetto per la clonazione delle due magnifiche statue greche riemerse nel 1972 dalle acque azzurro trasparente di Riace, uno dei paesini della Jonica magnogreca reggina. Per la verità, in quella occasione erano presenti, e di quella decisione sapevano quindi tutto, .il sindaco e il presidente della Provincia di Reggio, allora entrambi assessori regionali, che si limitarono pudicamente ad allontanarsi per il tempo necessario di far decidere agli altri e che restarono in silenzio fin quando il bubbone venne a galla, Quelli di Reggio, per usare un'espressione di Corrado Alvaro, «vogliono essere parlati». Chiaravalloti, invece, è andato giù come una ruspa; la clonazione si fa perché lo dico io. A un certo punto, aggravando la situazione, ha fatto perfino finta di volerne discutere. Ma arrivato a Reggio ha premesso che la discussione serviva per spiegare ai cittadini, al sindaco e alla Provincia perché si doveva fare la clonazione e non certo perché era possibile modificare quella decisione. Docenti universitari, scuole, storici della città, professionisti simbolo della borghesia produttiva e intellettuale cittadina; insieme a circoli, sindacati e forze sociali, anche le più aperte alle ragioni della clonazione, sono stati violentemente urtati e spinti verso la spiaggia dell'opposizione radicale. E mentre personalità come Epifani, Trentin, Marco Minniti (che è di Reggio), Vattimo, Sgarbi, gli eletti in Parlamento della città (tutti del Polo), assieme ai partiti, a Comune e Provincia si opponevano, Chiaravalloti ha insistito citando (chissà su suggerimento di chi) il saggio sulla riproducibilità infinita dell'opera d'arte di Walter Benjamin. Poi, visto che il saggio sulla riproducibilità non aveva schiodato nessuno, ha rilanciato sostenendo di essere stato costretto a quel progetto dalle insistenti richieste del presidente Ciampi e della regina del Belgio. Verificata la leggerezza anche di quest'ultima argomentazione, l'infaticabile governatore non s'è acquietato (nonostante il Tar, su denuncia della Provincia, abbia bloccato la delibera del via alla clonazione) passando a strapazzare la città: «I reggini - ha dichiarato al Corriere della Sera - sono così, pigliano fuoco facilmente. E' gente orgogliosa e permalosa. Fanno i soloni, si accigliano, sfiorano il ridicolo». Un disastro, insomma. Oppure... Oppure, dicono a Reggio, bisogna pur chiedersi il perché di una lotta così dura, energica, intransigente contro tutta la città che ha dato a Chiaravalloti i voti decisivi per essere eletto governatore della Calabria e far vincere il Polo. Tanto più che già dieci anni fa a giocare coi Bronzi ci aveva provato un altro governatore di centro destra costretto, per non bruciarsi le dita, a una precipitosa marcia indietro. Due le ipotesi più diffuse. Chiaravalloti, nonostante l'affaire Bronzi sia soltanto di 516mila euro, qualche lira meno di un miliardo, per qualche misterioso motivo non può rinunciare a quella decisione. È costretto ad andare avanti. Secondo, attraverso la malizia incantata dei corpi dei Due Guerrieri si sta giocando una partita di ricatti incrociati tra Polo, poteri forti calabresi e governatore. Che il Polo non voglia arrivare alle prossime elezioni con Chiaravalloti candidato lo sanno tutti. Nessuno scommetterebbe un soldo sulla sua rielezione: troppo evidenti sono gli sfaceli del centro destra calabrese se perfino il senatore Renato Meduri, dirigente storico del Msi-An, ha dichiarato: «Andrò al mare se quando si voterà per il nuovo Consiglio regionale il candidato sarà lui». Chiaravalloti sa che verrà disarcionato. E mentre qualche suo assessore scommette con gli amici sullo scioglimento anticipato della Regione, lui brucia i ponti tra la Regione e Reggio che con la Regione ha avuto, a partire dal "Boia chi molla", un rapporto delicato e fragile. Obiettivo: costringere la Casa delle Libertà a sbrigarsi a trovargli una adeguata sistemazione nazionale. Devono averne viste tante i Bronzi negli ultimi duemila e cinquecento anni. Ma restare invischiati in uno scontro cinico che ha per posta pezzi di potere, scaraventati contro una intera città in cui si alimentano rabbia, sconcerto e delusione, non doveva proprio mai essergli capitato.