Roma E il cielo di un'eclisse di sole, baluginante di luci e di misteriose oscurità quello che si intravede sullo sfondo della caduta da cavallo di Saulo, ovvero del futuro San Paolo, colto dalla folgorazione sulla via di Damasco. È un'eclisse che annuncia l'arrivo prorompente e quasi prepotente del Cristo. Squarcia rami e fronde per tendere la mano verso Saulo. È il Cristo uomo, che quindi ha un'ombra come l'angelo che l'accompagna e quasi sembra proteggerlo. È il momento in cui il Salvatore chiede «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». È una scena impressionante quella della Conversione dipinta di getto da Caravaggio, segnata da una straordinaria cromia di colori di cui oggi, a conclusione del restauro dell'opera, si rivede l'antico vigore. Hanno ripreso forza il bianco del manto del cavallo, il viola della veste del Cristo, cangiante alla Michelangelo, il rosso del mantello di Saulo, l'oro dello scudo del soldato, su cui campeggia una mezza luna e quindi letto anche come rappresentazione del nemico, i turchi, sconfìtti nel 1571 a Lepanto. È questa la prima versione della Conversione, di proprietà della famiglia Odescalchi, da pochi ammirata e mai nella storia messa a confronto con la seconda, quella che si trova nella cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo. Ma è quanto accadrà dal 10 fino a sabato 25 novembre nella basilica romana con una mostra - gratuita va detto - che non ha precedenti (catalogo Skira). Caravaggio contro Caravaggio: un dipinto su tavola, il primo, dove la presenza della divinità è reale, più vera del vero, contro una tela dove è l'assenza, il buio di una semplice stalla, a farci percepire la fragilità di Saulo di fronte alla soprannaturale maestosità della manifestazione celeste. La Conversione e La crocifissione di San Pietro furono commissionati a Caravaggio da Tiberio Cerasi, tesoriere generale di Clemente VIII, che aveva acquisito la cappella all'interno di Santa Maria del Popolo. Da contratto le opere dovevano essere realizzate su tavola di cipresso. Ma entrambe furono rifiutate, i definitivi furono su tela. Influirono sicuramente i motivi iconografici, probabilmente ci fu anche l'esigenza di migliorarne l'inserimento nella cappella ma a questa scelta forse non furono estranei furbi collezionisti desiderosi di entrare in possesso dei capolavori " scartati". Le prime versioni, di cui è nota solo la Conversione (la Crocifissione su tavola è perduta), nei primi anni del Seicento furono acquistate dal cardinale Giacomo Sannesio. Furono poi cedute all'Almirante di Castiglia. Dopo lunghe peripezie La Conversione di Saulo tornò in Italia, per vie ereditarie è pervenuta alla principessa Nicoletta Odescalchi, che ha finanziato per intero l'intervento di recupero condotto sotto la vigilanza della Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico del Lazio guidata da Rossella Vodret, eseguito da Valeria Merlini e Daniela Storti. Il dipinto era offuscato da una vernice protettiva divenuta giallastra col tempo. Nascondeva l'azzurro dei nastri di velluto che abbelliscono la coda del cavallo, il giallo e il rosa della piume, rendeva sordo l'acciaio dell'armatura del soldato, sbiadiva il verde dello scudo che è coronato d'oro vero, steso a foglia sopra l'argento. E celava un cielo da eclisse. Forse Caravaggio fu testimone di un'eclisse, sostengono le due restauratrici di questo dipinto dalla datazione incerta (1588 per Argan, 1590-92 per Longhi, 1600 per Marini e Gregori) ma dall'autografia certa (contrariamente ai Caravaggio che stanno spuntando in Italia e nel mondo), con pochi pentimenti (le radiografie mostrano il soldato con una spada che sembra pronta a colpire il Salvatore, e non con la lancia, che quasi si trasforma in un appoggio), ma che ha i segni tipici dell'artista: le incisioni lasciate sulla preparazione di fondo con la punta del manico del pennello. Era la "guida" per eseguire d'impeto, senza disegno, il paesaggio e le figure, in entrambe le versioni cariche di significati simbolici. Il pioppo su cui appare il Cristo è forse un'allusione alla chiesa di destinazione del quadro, Santa Maria del Popolo (pioppo in latino è popolus), la figura del palafreniere che trattiene un cavallo impennato è vista come un 'allegoria dell'umana ragione che modera e corregge la libidine. Tutto questo presuppone l'attenta lettura di difficili testi latini. Caravaggio fu un grande pittore e un grande intellettuale.