Sinceramente, sconcerta e avvilisce che uno studioso del valore di Francesco Giavazzi, scrivendo su Venezia, inciampi in una serie di luoghi comuni infondati e ingiusti, chiacchiere che sono per la città più dannose dell'acqua alta. Ad esempio, per quattro volte, in un quarto di secolo, il referendum per separare Venezia e Mestre è stato sconfitto dal voto dei cittadini, sia in terraferma sia a Venezia (si badi bene) : e questa sarebbe «democrazia bloccata»? Quanto ai banchetti del grano ai piccioni a San Marco, si può anche essere d'accordo per un loro allontanamento: ma intanto hanno concessioni decennali, per legge, e non rinnovate ogni anno dal sindaco: e se sono ancora lì dopo decenni di polemiche, forse risolvere il problema non è così semplice come scrivere una battuta su un articolo. Che nelle Università di Venezia non vi sia neppure uno studente straniero, credo sia solo un lapsus: ce ne sono più di 500! E per destinare a residenza universitaria l'ex caserma (non Seminario) ai Gesuiti (come sto cercando di fare, anche se una legge dello Stato la destina a residenza pubblica), serve una montagna di denaro, che non può provenire solo dalle Università o dal Comune. Paradossale, poi (e mistificante?!), che si citi più volte il prof. (Malli, dicendo che è «uno dei pochi che riesce ancora a ragionare su Venezia», cosa su cui siamo d'accordo, senza ricordare (pura dimenticanza?) che, forse proprio per questa sua capacità, il prof. Ortalli, come molti altri veneziani, ritiene che il progetto Mose non costituisca affatto la salvezza della Città. Ancora, Giavazzi forse non sa che in nessuna altra città al mondo si ritirano a domicilio i rifiuti per sei giorni alla settimana. E che lo spazzamento delle strade e la raccolta dai cesti stradali (a San Marco anche sei volte al giorno) esistono anche alla domenica. Credo varrebbe la pena, ogni tanto, di sottolineare quanto a Venezia è stato fatto, ad esempio negli ultimi vent'anni: nel restauro delle abitazioni private come dei palazzi pubblici, delle rive e dei ponti, nello scavo dei rii, nel risanamento dei collettori fognari. E questo per restare solo ai lavori del Comune, cui si aggiungono il rinforzo delle difese a mare e altri importanti interventi del Magistrato alle Acque. I fondi per Venezia servono per dare continuità a questo immane lavoro, questo progetto di risanamento della Città, misterioso solo per chi non lo vuoi vedere: per farla restare viva, le molte attività legate al suo restauro, che sono anche di studio e ricerca, attività «pregiate», devono continuare, e non essere penalizzate dalla mancanza di fondi. Stupisce, infine, che un grande economista, quale Giavazzi è, arrivi a demonizzare il turismo, prima industria del Paese (e non solo di Venezia), anziché suggerire, vista la sua conoscenza della Città, qualche modalità di controllo e di gestione dei flussi turistici, come credo con qualche risultato si cerca di fare. Comprendo, però, la situazione: parlare di cifre e fatti è noioso, meglio una nota di colore, un po' di luoghi comuni spacciati per una profonda riflessione. Si fa meno fatica e, per come vanno le cose, si pensa di ottenere un risultato migliore. Massimo Cacciari sindaco di Venezia Lungi da me sottovalutare lo sforzo immane che richiede amministrare una città come Venezia e lungi da me pensare che le responsabilità siano solo di Massimo Cacciari, anzi! L'amministrazione di una città è sempre difficile: Napoli, Genova, ma anche Chicago, Belfast, New York. Quello che è eccezionale di Venezia non sono le difficoltà, ma le opportunità. La città è all'altezza delle sue opportunità oppure no ? Anche riguardo al Mose, la scelta potrà essere giusta oppure no, ma il fatto che a 40 anni dall'inondazione se ne stia ancora discutendo non Le sembra parte del problema? È chiaro che Disney World è una provocazione, ma è proprio portando i ragionamenti al limite che si evidenzia l'assurdità di alcune situazioni. Il degrado di Piazza San Marco, così come i sacchetti di rifiuti rovesciati nelle calli e il ciarpame sono un fatto sotto gli occhi di tutti e purtroppo non sono solo una nota di colore. Quanto agli studenti penso che proprio da essi si potrebbe partire per far rivivere la città, i suoi mestieri (perché ad esempio non creare scuole artigianali?) e rafforzare lo studio della sua specificità. Ma questo evidentemente non si fa con pochi undergraduate di college americani in visita turistica di qualche mese a Venezia. Ho citato il professor Ortalli proprio perché non sono d'accordo con lui sul Mose, ma lo sono su tutto il resto. E infine, quanti sforzi sì sono davvero fatti negli ultimi vent'anni per far sì che gli abitanti non abbandonassero la città? E in quanto ai Gesuiti, dopo vent'anni che cosa posso dire: speriamo! Francesco Giavazzi