Milano GIULIA Maria Crespi, erede di una delle più grandi famiglie italiane, già editore del Corriere della Sera («ma non ne parlo: semmai, un giorno scriverò»), da 31 anni al vertice del Fai, Fondo Ambiente Italiano che ha fondato, ha scoperto l'ambiente e il paesaggio da bambina: «Avrò avuto sei anni; a Merate, un viale di pioppi portava a casa; accanto, c'era una palazzina gialla dell'800, il tetto a punta; quando l'hanno tutta rifatta, mi sono sentita assai triste». Se possedesse una bacchetta magica, che miracolo farebbe? «Salverei l'Italia: le bellezze del nostro Paese». E se non potesse salvarla tutta? «Allora, il Sud». Se invece potesse preservare soltanto un luogo? «Ma ne ho mille, da salvare. La penisola di Portofino, con San Fruttuoso; il Parco del Ticino; sono infiniti, sa?». E se invece, con quella bacchetta, lei potesse comperare una cosa, ma una soltanto? «Allora la Sardegna. Ma non scriva queste cose: parliamo di faccende più serie». Per esempio? «Del grande convegno che il Fai ha organizzato a Roma il 10 novembre, alla presenza del Capo dello Stato; di che cosa è il Fai, e perché è diverso da tutte le altre organizzazioni che in Italia s'occupano dei Beni culturali; degli eroi che lavorano nelle Soprintendenze: gli unici veri guardiani del Belpaese ; delle leggi da scrivere, e di quelle da mutare». Sotto i due splendidi Canaletto di famiglia («mio padre li acquistò da un famoso milanese che s'era rovinato al gioco; no, il suo nome non glielo dico»), Giulia Maria Crespi non perde nemmeno un attimo la celebre combattività. Parla dei sette nipoti e dell'agricoltura biodinamica; di Sardegna e Toscana, dove spesso vive. Spiega: «Il Fai non cura solo il restauro dei beni che riceve o acquista; ma li gestisce: li fa vivere; ora, ne possediamo 31 in proprietà, e cinque in concessione, o in comodato: 17 sono regolarmente aperti al pubblico, 300 mila visitatori all'anno; invece, troppi monumenti restaurati finiscono per sembrare cose morte»; dice che, un tempo, «era relativamente facile occuparsi di queste faccende, perché poco era ancora stato detto, tutto destava scalpore. Oggi, s'è detto tutto e il contrario di tutto; ma intanto, l'Italia è più rovinata d'allora»; "allora" è il 1975, quando nasce il Fai: «C'era una persona splendida, Renato Bazzoni; aveva organizzato a Milano la mostra Italia da salvare ; e Leopoldo Pirelli, che capiva l'importanza di questi fatti, fu il primo a dare dei soldi; nel '77, Emanuela Castelbarco, nipote di Arturo Toscanini, dona il castello di Sabbionara d'Avio, primo bene del Fai». Ma oggi, l'Italia dove è più rovinata? «Nelle coste e nel Nord: la Lombardia e l'Emilia, anche se resta ancora bellissima». Forse, perché l'idea della salvaguardia non è ancora una consapevolezza di massa; forse perché, per salvare i Beni culturali e l'ambiente, la gente non scende in piazza? «Ma anche il Risorgimento non era faccenda di massa. Mi è venuta la mania dei libri di storia; e così, ho ritrovato l'ottimismo. L'Italia è sempre stata divisa in regni, regnini, regnetti e regnoni. In più, la Chiesa scomunicava; dominazioni straniere di tutti i tipi. Insomma, abbiamo sempre dovuto arrangiarci: siamo allenati a farlo». A quali libri si sta dedicando? «Sto rileggendo tutta la Storia d'Italia di Montanelli; ne sono entusiasta: semplice e chiaro, come un inglese». Lo dice lei, che ha mandato via Montanelli dal Corriere ? «Di questo, non voglio parlare; forse, un giorno scriverò. Mi chieda invece del nostro Paese». Il peggior ministro dei Beni culturali? «Come si chiamava ... ah, la Bono Parrino». E il migliore di tutti? «Veltroni. Però ha commesso un errore. Pensando ad una più moderna concezione del territorio, ha inutilmente sovrapposto alle Soprintendenze quelle regionali. Oggi, le Soprintendenze mancano di mezzi e di personale. Qualcuno mi dice che riceve i buoni benzina, ma non ha l'automobile. Il sistema delle Soprintendenze va ricostruito: gente nuova, meno squilibri tra Nord e Sud. Sono denigrate; ma restano gli unici veri guardiani in Italia; vi lavorano persone che guadagnano meno d'un falegname: eroiche. Spero che Rutelli prenda in mano la faccenda: l'ha promesso, e conto che lo faccia; può fare moltissimo». Se lei potesse fare approvare una legge, quale sarebbe? «I beni culturali sono equiparati a quelli ambientali, e sono inalienabili. Come in Francia, ricevono l'un per cento del bilancio nazionale; anzi, noi ne abbiamo di più, quindi va loro destinato il due per cento. Dice che non si può? Allora, una tassa apposta, per il patrimonio culturale ed ambientale, da pagare oltre un certo livello di reddito». Un "ticket" per entrare a Milano: lei è favorevole o no? «Favorevole per la "grande Milano": il capoluogo e i Comuni limitrofi; solo a Milano no: se ne fa un recinto dorato». Un auspicio? «Che di questi problemi, che noi poniamo, ci si rendesse più conto. Se ne rendesse conto la gente, d'ogni categoria; non solo gl'intellettuali, o le persone più sensibili, attente; anche i "padroni del vapore", i politici, la popolazione, cui va insegnato il valore del territorio, del paesaggio, e quanto sia difficile riuscire a conservarlo. Se esistono imprenditori "illuminati"? Molto pochi: la nuova malattia è quella del mattone; le aziende vanno in crisi, e investono soltanto in case. E, mi scusi, un'altra cosa ancora: io ridurrei di tre quarti le "auto blu": si potrebbe farlo?». Il 10 novembre, all'Auditorium di Confindustria all'Eur, Giulia Maria Crespi aprirà, davanti a Napolitano, Rutelli, Veltroni, Luca di Montezemolo, un convegno, con relatori importantissimi, che s'intitola La riscossa del patrimonio . Il vessillo della riscossa, logicamente, lo impugnerà lei.