03-NOV-2006 , NAZIONE - Carlino GIORNO iL RAPPORTO tra patrimonio culturale, sviluppo economico e competitivita è diretto, ma anche estremamente complesso. Lo si vede nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni: la loro «grandezza», quando si realizza, è dovuta ad un sapiente equilibrio tra potenza e capacità espressiva. L'Olanda del secolo d'Oro è la Compagnia delle Indie e Vermeer, l'Inghilterra dell'Impero è Turner, Wedgwood e Nelson, città come Firenze o Venezia sono altrettante testimoni di questa giunzione. Patrimonio culturale ed economia sono elementi di un'alchimia dell'egemonia che Joseph Nye ha qualche anno fa descritto con i termini di Soft Power; ma anche senza riferirci ad esempi così eclatanti, ogni momento di autentico risveglio delle energie economiche e politiche ha coinciso con una ricchezza espressiva, monumentale, civile. I momenti d'oro però non sono durevoli. Quante famiglie nobiliari, di antica potenza, si sono dissanguate per mantenere vivi i simboli monumentali, collezioni, parchi, ville, castelli, di un potere al tramonto? Cosa significa questo, che i monumenti possono rallentare i processi di accumulazione? Che il patrimonio culturale è un peso che può diventare insopportabile? Sarebbe come dire che l'educazione umanistica è avversa allo sviluppo economico. Ciò che ha impoverito famiglie e nazioni non è il patrimonio in sé, la bellezza, ma forse, piuttosto, la presunzione che bellezza sia automaticamente sinonimo di qualità in colui che la possiede, l'illusione della rendita, il conservatorismo della consorteria sociale. E' invece la formidabile resilienza degli stili di vita e delle visioni che lascia che il nuovo irrompa altrove a creare nuova potenza. In Italia si è diffusa l'idea che la bellezza, la storia, le arti siano un patrimonio di cui andare fieri, ma anche una fonte di costi necessari e quindi un gravame ineluttabile sulla pubblica amministrazione del paese che tale patrimonio ha ereditato. Questa mentalità deve cambiare. Non si tratta certo di predicare un rudimentale ritomo al privato, una dominanza dell'economia più gretta o inconcepibili pratiche di dissipazione del patrimonio. Queste ricette brutali sono soprattutto servite in questi anni da un lato ad avviare qualche mal calcolato affare e dall'altro a rafforzare la demagogia di chi ha interesse a bloccare ogni evoluzione. Ereditare la bellezza creata nel passato è piuttosto una responsabilità che impone innovazione: nella gestione delle città, dei tenitori, delle economie e delle politiche. Il patrimonio artistico e culturale, specialmente in un paese come l'Italia, è, in un certo senso, positivamente «eversivo», perché, nella sua grandezza, impone eccellenza nella progettazione sociale, economica e civile, e quindi la rottura di consorterie, vincoli, accrocchi, e il rinnovamento del tessuto economico e sociale: altrimenti diventa insopportabilmente oneroso. Il costo per mantenere la bellezza è premiare e difendere l'innovazione. Il paradosso del conservatorismo sociale è la dissipazione della tradizione. In questo senso il patrimonio artistico, a partire dai modi di tutelarlo, gestirlo e promuoverlo può diventare autentico motore di sviluppo. Non solo perché produce turismi, che sono auspicabili nei giusti modi, e possono essere il tramite per una trasformazione dei sistemi economici; ma perché in primo luogo è richiamo alla necessità di lasciar spazio a energie migliori, più nuove, più creative, combattendo la precoce vecchiaia di una società e di un'economia che si vuole sempre uguale. Presidente Ask Bocconi
BELLEZZA, CULTURA E QUALITÀ SOCIALE SONO IL MOTORE DELLO SVILUPPO ECONOMICO
Il rapporto tra patrimonio culturale, sviluppo economico e competitività è complesso e diretto. La bellezza e la storia possono essere un patrimonio di cui essere fieri, ma anche un gravame per la pubblica amministrazione. La mentalità di conservatorismo sociale deve cambiare e non si tratta di ridurre il patrimonio culturale, ma di innovare nella gestione delle città, delle economie e delle politiche. Il patrimonio artistico e culturale può essere positivamente eversivo, premiare e difendere l'innovazione e produrre turismo. È richiamo alla necessità di lasciar spazio a energie migliori e più nuove. La dissipazione della tradizione è un paradosso del conservatorismo sociale.
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Bene culturale
Luogo