Ridare ai monumenti la loro bellezza restaurandoli com'erano. Il precetto vede nel principe Carlo d'Inghilterra il teorico più noto della dottrina che affida al restauro filologico la sopravvivenza dei monumenti e degli edifici architettonici, simbolo della bellezza delle città d'arte, ed è al centro del credo che ispira l'attività culturale dell'associazione Intbau (international network for traditional building, architecture and urbanism). A Venezia, ieri, gli associati di Intbau provenienti da tutto il mondo (India, Scandinavia, Nigeria, Germania) si sono dati appuntamento per il loro convegno dedicato alla rivisitazione della Carta di Venezia. Dal convegno è arrivata l'ennesima critica al modo di restaure i monumenti architettonici che secondo la cultura egemone della Carta di Venezia, del '64, deve sottolineare al massimo la differenza tra l'esistente e il nuovo intervento. I soci di Intbau sono assertori, invece, della teoria che il restauro deve riportare alla bellezza originaria il monumento o l'edificio senza che ci siano differenze stilistiche tra il rifacimento e l'esistente, riportando l'intervento di restauro alla cifra stilistica originaria restituendo unitarietà di stile all'edificio o al monumento da recuperare. «La Carta di Venezia, del '64, è la Bibbia dei restauratori italiani e che Intbau non condivide», ha dichiarato Paolo Marconi, ordinario di restauro dei monumenti alla facoltà di Architettura Roma III, del comitato d'onore di Intbau e relatore al convegno di ieri a Venezia «The Venice charter revisited», iniziativa di Città di Pietra curata da Claudio d'Amato Guerrieri evento del programma della Biennale di architettura, «Cesare Brandi sosteneva che la ricostruzione di un'opera com'era prima è una falsificazione, un peccato mortale: noi vogliamo che questo concetto venga rivisto contro la mentalità imperante degli architetti modernisti e dei committenti pubblici perchè è l'unico modo per preservare la bellezza delle nostre città. La ricostruzione del teatro La Fenice com'era per noi è un manifesto. Sbagliato, invece, avere racchiuso l'Ara Pacis in un involucro opera di Richar Meier che niente a che vedere con il contesto nel quale si va a inserire, manifesto del provincialismo dei due ultimi sindaci di Roma».