Finita l'era dei laureati in scienze umanistiche, trasformati in "pezzi da museo" da prospettive e stipendi insoddisfacenti, si apre la strada del nuovo manager dell'arte. Una figura in grado di tutelare, ma soprattutto valorizzare, il patrimonio di un'organizzazione coniugando sensibilità artistica e strategia d'impresa. Negli Stati Uniti il fenomeno ormai diffusissimo del "venture philanthropism" si accompagna al proliferare di istituzioni a capitale misto, con finalità artistiche ma anche economiche. Le quote di fatturato di questi enti cominciano a farsi significative, incidendo per il 2 sull'intero Pil proveniente dal comparto socio-culturale. Purtroppo in Italia, come spesso accade, esistono vincoli burocratici ben radicati nel tessuto economico ed il processo di emancipazione dalle sovrintendenze, colpevoli di una gestione poco efficiente, è solo all'inizio. «Siamo di fronte ad un settore no profit, in senso microeconomico, ma in grado di creare un indotto sostanziale, in termini di turismo, qualità della vita e, in generale, di benessere», afferma Carlo Fuortes, amministratore delegato della fondazione Musica per Roma e docente universitario. In effetti, in seguito ad una serie di modifiche dell'assetto normativo, nuove persone giuridiche, come fondazioni o addirittura aziende private, hanno cominciato a gestire servizi legati a cultura ed intrattenimento, spingendo la domanda di professionisti qualificati. «L'arte manager è un umanista» spiega Michele Trimarchi, ordinario di Scienza delle finanze a Catanzaro ed esperto di economia della cultura, "che ha esteso il proprio orizzonte disciplinare a visioni gestionali e strategiche. All'interno dell'ente culturale dialoga con tutte le professionalità: un "manager multitentacolare", insomma,che armonizza le istanze provenienti dal marketing, dalle public relations, dall'amministrazione e così via». Quindi non sembra indispensabile eccellere in una specifica competenza, ma piuttosto avere capacità relazionali e di problem solving. Un altro aspetto da non sottovalutare, per rafforzare la reputazione di un ente culturale, è l'internalizzazione delle varie funzioni, come conferma Fuortes parlando dell'esperienza dell'Auditorium: «Per sostenere i costi e far fronte ai rischi di una gestione autonoma delle risorse dobbiamo poter attingere a figure qualificate e motivate. Per Questo manteniamo rapporti stabili con le tre università di Roma, organizziamo ogni anno stage e possiamo vantare una media di neoassunti, provenienti dai nostri tirocini, vicina al 60». E allora vediamo cosa offre il panorama universitario italiano: la Luiss Business School ha attivato per il terzo anno consecutivo l'"Arts and heritage management". Si tratta di un master destinato a giovani laureati e laureandi di qualunque disciplina, che forma i futuri manager di gallerie, musei e centri espositivi. Le 393 ore di lezione contemplano insegnamenti specifici di economia e gestione dei mercati culturali, ma anche lezioni di generai management, incontri di orientamento per affrontare i colloqui, un modulo di informatica ed uno di business english. L'iscrizione è subordinata al superamento di un test psico-attitudinale e di un colloquio motivazionale, previsti a partire da giugno. C'è poi l'Mba di Alma Graduate School di Bologna, focalizzato sullo sviluppo di competenze manageriali orientate alla redditività delle organizzazioni e alle sfide della competizione internazionale. Infine, con oltre l'80 di occupati a tre mesi dal diploma, giunge alla quarta edizione il master in "Management per lo spettacolo" di Sda Bocconi. Fra gli obiettivi formativi, la creazione di capacità di autofinanziamento e di realizzazione di iniziative ben equilibrate tra gusti del pubblico e obiettivi artistico-culturali.