Tre milioni di turisti ogni anno e appena 7-800 posti letto in albergo per ospitarli. Uno ogni quattromila. Le strutture per potenziare la ricettività ci sarebbero, ma appartengono alla Curia, che non intende darle in gestione agli albergatori. Succede a Pompei. A complicare le cose ci si mette un progetto di polo alberghiero auspicato (ma mai realizzato) e una gestione a singhiozzo, da parte dell'amministrazione comunale che, in varie legislature ha visto passare assessori e responsabili tecnici, cambiati tanto in fretta da non avere nemmeno il tempo di capire la situazione. Ad esempio, il responsabile dell'ufficio tecnico dell'urbanistica (che deve valutare i progetti di ampliamento o costruzione di nuovi edifici), Andrea Nunziata, è arrivato da un mese, non conosce a fondo il problema; l'assessore al Commercio, Raffaele Cacace, che aveva seguito la questione della ricettività con gli albergatori, si è appena dimesso dopo un anno. Così lo sviluppo turistico del secondo sito archeologico italiano per numero di visitatori dopo il Colosseo, resta paralizzato, frenato da un turismo religioso che attira principalmente pellegrini, ma che non crea un indotto economico interessante. Curia a parte, basti pensare che il 65 dei viaggi sono organizzati dalle parrocchie, contro il 4 dalle agenzie di viaggio. «A Pompei ci sono 25 alberghi - spiega il presidente dell'Associazione albergatori pompeiani, Rosita Matrone - tutti molto piccoli, con al massimo 30-40 camere quando invece ce ne vorrebbero almeno 3mila per far fronte alla domanda dei turisti. Nel 1997, con la legge per il Giubileo, abbiamo presentato al Comune venti progetti per l'ampliamento di alcune strutture, senza avere risposte. La Curia ha molti stabili inutilizzati che potrebbe darci in gestione: l'ex-albergo del Rosario, chiuso 12 anni fa, che ha 100 camere oppure l'ex-Seminario dove si potrebbero realizzare 300 camere. Ma, trattandosi di privati possono anche decidere liberamente di tenere le strutture chiuse». «Nessun imprenditore di Pompei ha mai fatto proposte serie e concrete», replica la Curia. Secondo l'assessore al Turismo e ai beni culturali della regione Campania, Marco Di Lello (Sdi) il problema di Pompei non sta solo nel deficit di ricettività. La questione è anche un'altra: la scarsa qualità delle strutture. D'accordo con lui è Tullio D'Aponte, ordinario di Pianificazione e organizzazione territoriale all'Università Federico II di Napoli: «L'area di Pompei in realtà andrebbe decompressa e alleggerita da strutture urbanistiche di basso livello. Non ha molto senso un piano di espansione in zona a rischio vulcano. Piuttosto, si dovrebbe migliorare la qualità dei collegamenti con la penisola sorrentina e con Napoli, alzare lo standard degli hotel per creare una rete turistica per un'offerta integrata e qualificata». Ma la gestione locale non va dimenticata. «Vorremmo poter fare promozione e marketing turistico - afferma Luigi Garzillo, direttore dell'Azienda di cura, soggiorno e turismo di Pompei - ma non possiamo permettercelo per mancanza di fondi e di personale. Bisogna collegare Pompei alle altre località di interesse turistico come Oplontis e Stabia».