Signori imprenditori, ci credete o no che la tutela del patrimonio può essere un buon business? Capite o no che pedonalizzare un centro storico, stoppare una speculazione costiera, restaurare un antico palazzo o monastero può portare risorse a una comunità locale? Con queste domande il Fondo per l'ambiente italiano il 10 novembre va a cercare il dialogo in casa di Confindustria. Il convegno nazionale del Fai. "La riscossa del patrimonio" (Auditorium della Tecnica a Roma, dalle 9 e 30 alle 1 S. coordinatore Marco Magnifico), non solo avrà gradito ospite il presidente della Repubblica, ma intende sollecitare il mondo dell'economia, da Luca di Montezemolo alla Confcommercio a studiosi di grido come Francesco Giavazzi. "L'espresso" ne ha parlato con un altro economista attento all'ambiente e alla conservazione. Marco Vitale, tra gli animatori del convegno. Il Fai che bussa a Confindustria è una notizia. Ma è una iniziativa utile o solo una buon trovata di pierre? «Mi complimento per aver colto il punto. Non è una trovata di pierre. E una notizia, una buona notizia». La seconda notizia è che Francesco Giavazzi parlerà di "Tutela: un fattore di crescita". Anche gli economisti hard-boiled cominciano a interessarsi di conservazione del patrimonio? «Credo che Giavazzi non parlerà di conservazione del patrimonio. Parlerà della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico come fattore di sviluppo anche economico. E questa la mia linea e quella di Hugues de Varine, anch'egli presente, l'ex direttore dell'International Council of Museums, grande valorizzatore del patrimonio locale in decine di paesi. Altri porranno poi l'accento sulla conservazione. Il confronto tra queste due linee e la ricerca di un equilibrio tra le stesse, così come il confronto con i rappresentanti delle categorie produttive, da Confcommercio a Coldiretri, rappresentano il punto centrale del convegno». «Arriva il Fai? Oddio, ci vietano tutto». È così che spesso reagiscono le comunità locali. Come può il recupero di un monumento o di un'area costiera diventare un vantaggio economico anche per i locali? "Il Fai non è mai stato per la tutela vincolistica. Caso mai ha ridato alle comunità locali e a tutti gli italiani l'uso di beni che o erano chiusi o in abbandono o a rischio. Nei luoghi in cui ha operato è staro por-tatore di apertura e di sviluppo anche economico. Vale per il castello di Masino come per l'abbazia di San Fruttuoso o il giardino della Kolymbetra ad Agrigento. Non c'è conflitto tra buona cultura e buona economia». Il mondo dell'impresa, però, a parte lodevoli eccezioni, è tuttora piuttosto indifferente ai temi della tutela ambientale. "Citerò Guido Piovene. Nel 1956, al termine del suo memorabile "Viaggio in Italia", scriveva: "Un viaggio in Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida e più distruttrice d'Europa. (...) In nessun altro paese sarebbe permesso assalire come da noi, deturpare città e campagne, secondo gli interessi e i capricci di un giorno. Gli italiani non temano di essere poco futuristi. Lo sono più degli altri, senza avvedersene. sebbene questo non significhi sempre essere più avanzati. (...) In nessun altro paese come da noi tutto il campo sembra occupato dagli attivisti di ogni specie: in nessun altro, quasi per tacito accordo di affaristi e sociologi, è così radicata la convinzione che contino solo i problemi di denaro e di cibo. (...) Il rischio dell'Italia è di entrare nel numero dei paesi di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa". Così Piovene. La sensazione oggi, osservando tante cose positive che avvengono in tanti luoghi d'Italia, è che sia in arto una svolta, e che ciò coinvolga, almeno in parte, anche il mondo dell'impresa». Il governo Berlusconi ha riproposto la cultura del condono edilizio. Almeno su questo è lecito aspettarsi un cambio di tendenza dal governo Prodi? "Apprezzo l'almeno". Sono così scoraggiato e sorpreso dagli errori accumulati, in così breve tempo, dal governo Prodi, e che sarebbe più esatto definire devianze da una corretta linea di riformismo, che non lo credo, ma ci spero». Come giudica l'utilità della detassazione del reddito d'impresa per chi costruisce nuovi capannoni industriali (come da legge 3832001) varata da Tremonti? «Non da oggi ma da sempre considero queste deduzioni catastrofiche. Inutili per la crescita economica, distruttive per l'ambiente, pessime per l'erario, buone solo per persone e imprese di alto reddito e di vocazione speculativa». L'abbattimento di cosiddetti ecomostri (le Vele di Secondigliano, Punta Perotti a Bari) ha un impatto reale, educativo sull'opinione pubblica? «Sì, ne sono convinto». Tra le città o regioni (Mantova, Genova, Salente, Sardegna...) che hanno avviato buone iniziative di sviluppo compatibile e turismo culturale, qual è per lei di particolare valore? «Tra i casi citati apprezzo moltissimo Mantova e Genova. E non dimenticherei Torino. Farei volentieri anche un elenco di piccoli borghi e valli dove ciò è avvenuto o si lavora perché avvenga. È un elenco ormai lungo che alimenta la speranza che la svolta della situazione illustrata da Piovene sia in corso. Per prendere ad esempio le Alpi lombarde, da un lato abbiamo trasformato l'Aprica in un quartiere di periferia urbana, e Livigno in un luna park che starebbe bene a Las Vegas; dall'altro abbiamo la Valcamonica che si candida naturalmente a ecomuseo: pensiamo agli affreschi della Madonna della Neve a Pisogne, alla via Crucia di Cerveno, al sito Unesco di incisioni rupestri, il tutto dominato dal massiccio dell'Adamello». Ha un paio di idee vincenti da suggerire al governo Prodi in materia di tutela? «Non fare condoni. Rafforzare su base centrale la tutela dei grandi beni. Bloccare lo strapotere, spesso irresponsabile, dei Comuni sul paesaggio. E' per il resto leggere libri di Hugues de Varine, come "Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale" (Clueb, Bologna 2005)». Il ministro Rutelli pare più impegnato in trame politiciste intorno al Partito democratico che a occuparsi di Beni culturali. Non sarà il caso di richiamarlo ai suoi compiti? «Speravo molto in Rutelli come ministro dei Beni culturali. In un momento in cui questa responsabilità poteva essere da lui giocata con determinazione, nell'interesse del Paese e di se stesso. Poteva fare bella figura, come si dice. Sono deluso».