La Biblioteca Apostolica Vaticana conserva centinaia di migliaia di volumi stampati negli ultimi secoli, decine di migliaia di antiche incisioni e disegni, uno dei maggiori medaglieri al mondo e oltre 150rnila manoscritti, la metà dei quali di natura archivistica, l'altra metà costituita da manoscritti librari, fra cui circa 6omila latini (cioè scritti in alfabeto latino), novemila orientali, cinquemila greci, 800 ebraici. «Ma libri e manoscritti sono fragili spiega Irmgard Schuler, che per la Biblioteca cura i progetta di archiviazione e riproduzione : le scritture talvolta si rivelano evanescenti, gli inchiostri corrodono la carta, i pigmenti si staccano. La riproduzione è stata ritenuta indispensabile per consentire agli studiosi la consultazione e lo studio dei manoscritti, al di là della loro dimensione materiale». A oggi quasi l'80 dei manoscritti della Biblioteca è stato riprodotto in microfilm negativo. Un processo iniziato negli anni 40: il microfilm si è rivelato uno strumento duttile, dal quale si possono ottenere copie su carta, proiezionie conversione in digitale. Prossimamente la Biblioteca inizierà a microfilmare anche il materiale archivistico. Un progetto particolare di microfilmatura è stato intrapreso negli anni 50: le devastazioni dovute agli eventi bellici indussero il pontefice Pio XII alla creazione di un deposito di sicurezza oltreoceano dei microfilm dei manoscritti vaticani. Così, con una campagna di microfilm matura durata quasi 10 anni venne riprodotto circa il 70 di tutti i manoscritti vaticani, custoditi presso la Pius XII Memorial Library creata nella Saint Louis University, negli Stati Uniti. Le prime riproduzioni in digitale risalgono al 1994, quando venne dato il via alla fase sperimentale di un progetto di ripresa di manoscritti interi mediante scanner due T di-Scanner in grado di produrre immagini alla risoluzione di 3.000 per 2.500 pixel, in quel momento un valore elevato, e in formato Tiff. La protezione degli originali fu assicurata climatizzando gli ambienti di lavoro, utilizzando lampade alogene al quarzo a luce continua munite di un dispositivo di filtraggio per i raggi ultravioletti, e da un supporto per i codici appositamente ideato, una sorta di leggìo ad assetto variabile e con chiusura a lastra di cristallo. Complessivamente sono state acquisite circa 55mila immagini, corrispondenti a 150 manoscritti interi. Per l'archiviazione a lungo termine le immagini sono state memorizzate su supporti magnetici: il successivo tentativo di riconversione da nastro a disco rigido ha però evidenziato danni nel 5 dei nastri, ed errori di trasmissione lungo la rete durante la conversione, che si sono tradotti in errori nella lettura dei colori, a tratti alterati e virati. Per progetti particolari o di lungo respiro la Biblioteca ha attrezzato il proprio laboratorio digitale con sistemi di acquisizione di qualità superiore: attraverso un dorso digitale della Leaf da 33 megapixel sono state acquisite ad alta risoluzione (5.000 x 7.000 pixel) le immagini di quattro preziosi codici ebraici e del «Codice B», uno dei più antichi manoscritti esistenti della Bibbia, scritto nel IV secolo. Per questo progetto i file generati sono memorizzati sia nel loro negativo digitale Dng, sia nel formato fotografico Tiff, sia infine in compressione Jpeg. Un altro progetto di ripresa elettronica riguarda i manoscritti, e viene eseguito con uno scanner planetario, non a contatto, quindi, con l'originale, e può acquisire a 400 e a 600 Dpi nativi per originali della misura massima di 50 per 70 centimetri, generando un'immagine a una risoluzione di circa 12.000 per 8.000 pixel, e un peso di circa 300 Mb. L'illuminazione è a "lama di luce" (priva di IrUv), quindi senza ombre; la resa dell'oro, per via dell'illuminazione verticale, è buona; l'originale è esposto alla luce solo al momento del passaggio del sensore. L'acquisizione avviene a 12 bit (i livelli di colore che possono essere riprodotti per ogni canale del Rgb in un pixel), la memorizzazione a 8 bit. Nel 2005 infine è iniziato un progetto per poter nuovamente avere accesso alle scritture palinseste, alle scritture, cioè, raschiate o lavate via dai fogli di pergamena utilizzati poi come supporto per nuovi testi. Due scanner generano ad altissima risoluzione (1.200 Dpi) due file identici dello stesso foglio manoscritto, uno illuminato a luce naturale l'altro a luce ultravioletta: Dopo la ripresa un software permette di sovrapporre le due immagini, elaborandole e integrandole reciprocamente, per isolare ed estrapolare i diversi strati di scrittura: quella superiore, inferiore e, qualora ce ne fosse, anche mediana. La riproduzione digitale delle scritture nascoste è diventata una corsa contro il tempo: molti dei fogli palinsesti trattati con acido gallico, comunemente applicato nel corso del secolo XIX per rendere visibile la scrittura inferiore, li sta rendendo sempre più illeggibili a causa dell'irreversibile progredire dei processi di ossidazione causati dallo stesso acido. Le pagine palinseste nei manoscritti vaticani sono circa 25mila.