ROMA - A 40 anni di distanza il simbolo dell'alluvione di Firenze e della resurrezione della città è ancora il Cristo del Cimabue (1240-1302) che acqua e fango avevano quasi sommerso completamente nel cenacolo di Santa Croce, ma che un restauro difficile, guidato dal professor Umberto Baldini, fece rinascere. Il livello dell' acqua del 4 novembre 1966 raggiunse i sei metri in città e il complesso religioso che custodiva l'opera non fu risparmiato. Dal legno medievale inzuppato di umidità (arrivata al 147) si era staccato il 7O della pittura e le gravi lacune impedivano una valida lettura dell'opera. Il disastro, ad un primo momento, aveva due soluzioni: il deposito di quanto rimaneva dell'opera in uno scantinato della soprintendenza fiorentina e, per chi si accontentasse, le fotografie scattate in precedenza. Invece, il Cristo risorse in modo fedele alle intenzioni del suo autore. Merito di un restauro innovativo da cui scaturì un metodo, 'l'astrazione cromatica', che per interventi di questa gravità ha fatto scuola nel mondo e che per la prima volta venne applicato sul campo. "Fu un lavoro di recupero graduale in cui ci guidò la potenza espressiva di quanto rimaneva dell' opera originale e che non si faceva ignorare", ricordano oggi Ornella Casazza e Paola Bracco, all'epoca giovani restauratrici chiamate ad intervenire nel laboratorio di restauro della Fortezza. Era I' ultima, decisiva fase, che va dal 1975 al 1976, I' anno in cui, finalmente, il crocifisso venne riconsegnato alla basilica dopo il restauro. Quella che si preannunciava come una missione impossibile diventò un successo: "La potenza del colore e dell' espressione era tale da indurci a cercare una soluzione per rendere una visione dell'opera fedele all' intenzione dell' autore".