ANNIVERSARI L'ALLUVIONE DI FIRENZE, IL 4 NOVEMBRE 1966 Furono migliaia i giovani "capelloni" che accorsero per salvare il patrimonio artistico della città, oltre alle case e ai negozi. Il loro straordinario esempio di solidarietà rivive oggi, anche in un libro. Da "angeli del fango" a la "meglio gioventù". Così Erasmo D'Angelis, fiorentino, giornalista e presidente della Commissione Territorio e ambiente del Consiglio regionale, ha ribattezzato in un libro dossier (Angeli del fango - La meglio gioventù, edizioni Giunti) i giovani che 40 anni fa, con uno slancio senza precedenti, accorsero a Firenze per aiutare i fiorentini e il loro straordinario patrimonio artistico affogato nel fango dell'alluvione. «Abbiamo ricostruito i retroscena della prima catastrofe mediatica che sconvolse il mondo», spiega D'Angelis, «ma soprattutto abbiamo voluto rendere omaggio a quelle migliaia di giovani che segnarono la nascita delle grandi associazioni del volontariato italiano e della Protezione civile». Il museo dell'Accademia allagato, con il David di Michelangelo. È la generazione che anticipò il '68 e la contestazione, i "capelloni" spesso mal tollerati dalla "gente per bene". Attraverso un sito Internet ne sono stati rintracciati oltre 10 mila. Di questi, alcune migliaia hanno risposto all'appello e torneranno a Firenze, il 4 novembre, per partecipare a una cerimonia a Palazzo Vecchio che sarà ripresa da Raiuno. I fiorentini ricordano quel 4 novembre del '66 come un giorno maledetto. Le acque impazzite dell'Arno durante la notte travolsero gli argini devastando case, strade, chiese, musei e opere d'arte. Una tragedia che colse tutti di sorpresa, comprese le istituzioni, anche se la storia della città di alluvioni ne ricorda almeno otto. Ci furono decine di vittime, la maggior parte anziani che non vollero abbandonare le loro case o che non riuscirono a mettersi in salvo. Un'immagine del Ponte Vecchio durante la drammatica alluvione che colpì Firenze quarant'anni fa. Le immagini della catastrofe fecero rabbrividire il mondo. I manoscritti preziosi della Biblioteca nazionale sommersi dal fango, musei allagati, il patrimonio artistico più importante del mondo a rischio di estinzione. I primi a rimboccarsi le maniche furono gli stessi fiorentini. Non va dimenticato il contributo fondamentale dei vigili del fuoco e dei militari di leva. Ma, certamente, l'arrivo di quelle migliaia e migliaia di braccia fece la differenza. Per questo la Protezione civile italiana, ricordando l'evento che segnò la sua nascita, ha destinato 250 mila euro per il restauro dell'Ultima Cena del Vasari, capolavoro che ancora giace in gravissime condizioni, e 200 mila per il David di Donatello, non direttamente danneggiato dall'alluvione ma simbolo del "Bargello", forse il museo più colpito. «Chiamavano da tutte le parti, anche dall'America, volevano sapere notizie dei parenti: non c'era modo di comunicare se non grazie alle nostre radiotrasmittenti». Carlo Ciapetti oggi ha 66 anni. È uno degli "angeli con la radio". Fu uno dei primi a dare l'allarme. La chiesa di Santa Croce, tempio di arte e di storia, devastata dall'acqua. I radioamatori clandestini «Tutti i telefoni erano saltati, compresi quelli della polizia», spiega. «Un dirigente della questura mi chiese di organizzare una rete di radioamatori per poter coordinare i soccorsi». Alcuni di questi angeli con la radio erano clandestini, perché a quei tempi erano necessari esami e licenze speciali. Tra loro c'era anche Paolo Badii, che ancora sta cercando di rintracciare tutti quelli che condivisero la sua esperienza. C'è chi ha tirato fuori da armadi e cantine le gloriose radiotrasmittenti, che saranno esposte in una mostra. «Per non dimenticare che, attraverso il ponte radio, riuscimmo anche a soccorrere donne che dovevano partorire o gente colpita da infarto», spiega Badii. Tutti si diedero da fare. Gli angeli del fango al lavoro mentre portano in salvo tele e altre preziose opere d'arte. Furono danneggiati più di 1.500 dipinti e oltre un milione di volumi della Biblioteca nazionale. «In quell'occasione venne fuori la grande generosità dei fiorentini e quel senso di comunità che non sempre, poi, si è manifestato». Edoardo Speranza, oggi presidente dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, allora era un giovane assessore alla cultura. «La gente che abitava ai piani alti ospitava gli inquilini dei piani bassi», racconta, «tutti si rimboccavano le maniche e aiutavano a pulire le botteghe e a raccogliere mobili e oggetti d'arte trascinati dalla corrente». Lui fu mandato dall'allora sindaco Bargellini al Museo Bardini. «Mi ritrovai a portare in braccio su per le scale capolavori di valore incalcolabile. Poi andai a Santa Croce. Non ci sono parole che esprimano, oggi, quello che provai allora. Potevamo solo aspettare che defluissero le acque». La chiesa di Santa Croce. La chiesa di Santa Croce, vero tempio dell'arte e della memoria storica della città, fu completamente devastata dalla piena. Il Cristo di Cimabue riversò nel fango scaglie di colore che furono solo in parte recuperate. Il bilancio dei danni al patrimonio artistico fu da bollettino di guerra. Oltre un milione di volumi della Biblioteca nazionale, 1.500 opere d'arte tra dipinti e sculture, senza considerare affreschi, arredi e oreficerie. Da allora è cominciato un impegno di restauro, di cui è stato protagonista l'"Opificio delle Pietre dure", che ha fatto scuola. Gli ultimi otto capolavori restaurati, in ordine di tempo, saranno esposti per l'occasione a Santa Croce. Mentre rispuntano le polemiche sull'insufficienza delle risorse per la "messa in sicurezza" dell'Arno, qualcuno fa notare che ci sono ancora opere che aspettano ammassate nei depositi. I volontari aiutarono anche la popolazione a sgomberare cantine e botteghe dai detriti. «Le opere importanti sono state restaurate. Si è fatto molto e si è fatto bene», spiega lo storico dell'arte Antonio Paolucci, fino a ieri a capo del Polo museale fiorentino, nel 1966 impegnato tra i volontari a recuperare i negativi dell'archivio fotografico degli Uffizi. «A costo di scandalizzarla, le dirò che il danno grave è stato un altro. Con l'alluvione è successo qualcosa di irreparabile, Firenze ha perso l'anima. Fino al '66 c'erano i musei, ma c'era anche la finanza, c'erano le botteghe artigiane, c'era una città viva. Dopo l'alluvione, i quartieri storici si sono svuotati, sono arrivate le boutique e le attività si sono trasferite nella cintura. A Firenze è cominciato quel processo inarrestabile che per Venezia, purtroppo, si è già concluso. È diventata una città museo, soltanto una conchiglia vuota».