Passa il tempo e ti devi rendere conto che la morte non fa eccezioni. Per esempio, mentre vedo sul Corriere delia Sera di domenica le poche righe (giunte evidentemente all'ultimo istante) che annunciano la morte di Pontus Hulten, il grande critico d'arte svedese, mi vengono in mente le sue mani, i suoi piedi, la sua statura, la testa forte e rasata sul collo da atleta. E tutto riesco a immaginarmi di lui meno che il dito sulla spalla che lo avverte dell'ora sopraggiunta. Pontus Hulten era irremovibile. Non solo per la portata della sua figura da grande teatro. Ma anche per la sua assoluta indisponibilità a cambiare idea. E non ricordo che mai nessuno lo abbia piegato. Fino a questo istante l'uomo possente che ha dominato una decina dei musei del mondo, inclusi collezionisti monarchi e benefattori e sorridendo bonario diceva «no» e andava avanti fino a questo istante in cui diventa un ricordo. Dirò che ricordo. Siamo negli anni Ottanta e sta nascendo Palazzo Grassi, l'edificio di Venezia splendidamente restaurato da Gae Aulenti per farne un luogo di grandi esposizioni d'arte. L'iniziativa era di Giovanni Agnelli e della Fiat. Cesare Romiti ci ha messo alcuni dei suoi uomini migliori (Cesare Annibaldi). A me, che stavo in America, è toccato di coordinare un vasto gruppo di personalità del mondo dell'arte, che avrebbero sostenuto e «consigliato» gli eventi. E di cercare il direttore artistico. La missione aveva un significato letterale: cercare Pontus Hulten, il più mobile personaggio dell'arte contemporanea, stabilire un dove, un come, un quando, un incontro per portarlo a Venezia. L'incontro è avvenuto a Los Angeles Est, allora teatro di violentissimi scontri fra gang armate di giovanissimi spacciatori di droga divisi non solo secondo la merce, ma anche secondo tracce etniche e religiose. In quell'area a basso costo Pontus Hulten aveva appena impiantato il «Temporary Contemporary Museum of Art». Pontus, che aveva una cultura sconfinata sull'arte, aveva tracciato un confine inesorabile al suo lavoro di critico, autore, saggista, collezionista e organizzatore di mostre e musei. Intendeva occuparsi soltanto di ciò che avveniva ai suoi giorni, nel mondo che lui abitava, e che era tutto. Infatti, con un passo da stivali delle sette leghe e un sorriso da gatto, Hulten era sempre in giro per il mondo a cercare nuovi fatti, nuovi fenomeni, nuovi esperimenti, nuovi artisti, nuove avanguardia. La conoscenza enciclopedica del già fatto gli serviva per mantenere saldo il suo confine: tutta l'arte da adesso in poi. Il nostro summit sarà durato non più di un'ora e tutto a proposito della libertà. Non ha parlato di spese, non ha parlato di stipendio, non ha parlato di garanzie economiche (anche se, ovviamente, sapeva in quale casa si stava trasferendo). Aveva, in quel momento, il pensiero fisso del Futurismo. Il Futurismo italiano. Voleva sapere se era libero di dedicare a quel tema la sua prima mostra. O così o niente. Intorno al parcheggio in cui avveniva la nostra conversazione passavano come in corteo le auto delle gang messicane, montate su ammortizzatoli che consentono alla carrozzeria di alzarsi e abbassarsi come in un ballo, secondo la musica assordante dello stereo quadrofonico rubato e montato sulla carcassa scintillante di cromi. Ma forse la stazza di Hulten, gigante svedese, ci ha difesi da ogni pericolo. Pontus Hulten è arrivato a Venezia con la fama della sua famosa vicenda svedese. Il re gli aveva affidato un nuovo museo, dovuto al lascito di una ricca famiglia di quel Paese. Quel lascito aveva un vincolo: niente arte contemporanea. Hulten non ha voluto dare un dispiacere al re, ha accettato l'incarico. E ha subito avviato l'acquisto di tutti i capolavori disponibili di arte contemporanea, da Picabia a Tinguely, dal Novecento ai nostri giorni. Ha lasciato il museo come un nobile in esilio, ma quel museo c'è ancora, non come lo voleva il lascito, ma come lo ha disegnato Hulten. Sul Canal Grande è diventato il personaggio di Palazzo Grassi, in un Paese e in un ambiente, certo favorevole all'arte, in cui non era facile essere un personaggio. Ma lui era chiaro, irremovibile e testardo. E diciamo pure che è stato un genio compreso, circondato di rispetto e di affetto. Probabilmente la mostra «Futurismo, Futurismi» è stato il più importante evento al mondo sul quel periodo grande e mal conosciuto non solo dell'arte e della cultura italiana, ma di tutta Europa, un evento che è stato subito completato da «Arte Italiana, presenze 1900-1945», e da dieci altre indimenticabili mostre. Oldenburg, Tinguely, Niki de St. Phalle sono stati i suoi amici nel tempo e i suoi autori preferiti. Lavorargli accanto e - come dire - aiutarlo (il mio compito erano i rapporti con i Musei americani) è stata una bella avventura, nel migliore dei mondi.
L'avventura di Pontus Hulten, l'uomo che sussurrava ai musei
Pontus Hulten, grande critico d'arte svedese, è morto. Ricorda ancora il suo sorriso e la sua statura. Hulten era irremovibile e non cambiava idea. Ha lavorato con Giovanni Agnelli e la Fiat per creare Palazzo Grassi a Venezia, un luogo di grandi esposizioni d'arte. Ha cercato di stabilire un incontro con Hulten a Los Angeles, dove era direttore del Temporary Contemporary Museum of Art. Il loro summit è stato breve, ma Hulten ha parlato della libertà e del Futurismo. Ha accettato di dedicare la sua prima mostra al Futurismo italiano. Hulten è arrivato a Venezia con la fama della sua famosa vicenda svedese e ha avviato l'acquisto di capolavori di arte contemporanea.
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