Firenze quarant'anni dopo. Questi sono giorni di evocazioni, di celebrazioni, di bilanci. L'alluvione del 4 novembre 1966 ha invaso musei e chiese, devastato biblioteche e archivi e c'è chi, quarant'anni dopo, compila liste, tenta resoconti, chiama all'appello i molti desaparecidos. Quante sono le opere d'arte ancora da restaurare? Quanti i libri e i documenti, gli arredi sacri e le stoffe liturgiche, i legni e le sculture che portano ancora i segni dell'alluvione? Marco Ferri, un bravo giornalista fiorentino, ha pubblicato un istant-book che è il risultato di uno scrutinio minuzioso condotto nei musei, nelle biblioteche, nei depositi. L'eredità di fango; si chiama così il piccolo libro edito alla vigilia del quarantennale e dalle pagine della inchiesta sappiamo - per esempio - che dei 10.159 volumi alluvionati del Fondo Palatino (il più prezioso della Biblioteca nazionale) 182 sono andati perduti e 493 aspettano il restauro, mentre 30.172 sono le miscellanee magliabechiane in attesa di intervento. I depositi delle soprintendenze sono ancora stipati di materiali artistici. Ecco qualche esempio: 100 affreschi staccati alla Limonaia di Villa Corsini, 86 dipinti in Palazzo Serristori, 250 fra pitture murali e sinopie rimosse dal loro supporto ed ora conservate in un magazzino del Giardino di Boboli, 8 quadri su tela al Rondò di Bacco, addirittura alcune imprecisate tonnellate di arredi sacri (candelieri, macchine d'altare, paliotti, legni intagliati e dorati etc.) nelle cantine della villa medicea di Poggio a Caiano. Mentre sono ancora in attesa di restauro due chilometri e mezzo di documenti alluvionati dell'Archivio di Stato e centomila libri delle biblioteche minori fiorentine. Gli esempi potrebbero continuare chiamando in causa il Gabinetto Viesseux e la basilica di Santa Croce, il Museo archeologico e la sinagoga ebraica, luoghi insigni della cultura e dell'arte che lamentano, quarant'anni dopo, perdite dolorose e ferite non ancora rimarginate. Naturalmente nei quarant'anni che stanno alle nostre spalle molto è stato fatto e quasi sempre bene. Chi non ricorda il Cristo di Cimabue in Santa Croce, la Maddalena lignea di Donatello e la Porta d'oro del Ghibertial battistero? Sono recuperi che hanno fatto epoca nel senso letterale della parola perché, fra gli anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, sono stati gli emblemi di una stagione del restauro che ha visto Firenze imporsi a livello internazionale nella scienza della conservazione. Con l'Opificio deLLe Pietre dure, con La Fortezza da Basso, con il ruolo decisivo svolto da Umberto Baldini. A quest'ultimo va il merito di avere raccolto a Firenze, sotto l'epigrafe del ministero dei Beni culturali, il meglio dei saperi scientifici e dei mestieri artigiani. I laboratori statali fiorentini del restauro, nati come soprintendenza autonoma nel 1975, sono l'unica eredità positiva dell'alluvione. Ciò nonostante, aLl'appuntamento del quarantennale, ci accorgiamo di avere di fronte problemi di difficile se non impossibile soluzione. Per esempio. Se anche disponessimo di risorse sufficienti a recuperare le migliaia di arredi liturgici e le metrature di affreschi staccati e le sinopie accumulate nei depositi, per farne cosa, dopo? Dove collocarli e a chi restituirli se molte delle chiese, delle confraternite, degli oratori di provenienza non ci sono più o hanno subito trasformazioni radicali o sono chiusi per la maggior parte del tempo, in fase di pratica dismissione in una città sempre più gremita di turisti e sempre più povera di residenti? Quello che è necessario riconoscere, quarant'anni dopo, è una cosa che pochi dicono perché è doloroso ammetterla. I veri danni dell'alluvione più che il patrimonio artistico, riguardano la città tutta intera. Prima del '66 Firenze era una città plurale. C'erano le opere d'arte, i musei e i turisti ma c'erano anche gli artigiani e i metalmeccanici, i muratori e gli stampatori, c'erano le imprese, l'edilizia, l'editoria, la finanza. Le acque dell'Arno investendo i quartieri popolari di Santa Croce e di Oltrarno hanno allontanato i residenti insieme alle botteghe, alle attività e ai mestieri. Ci accorgemmo moLto presto che i doratori, gli intagliatori, i restauratori, gli argentieri, i tappezzieri, i bronzisti, i maestri di pietra e di legname, gli specialisti del vetro e del marmo, non abitavano più Borgo Tegolaio o via de' Macci, piazza Torquato Tasso o Sant'Ambrogio, ma si erano trasferiti a Scandicci o all'Osmannoro, a Tavarnelle Val di Pesa e a Calenzano nei distretti attrezzati dei comuni di cintura. Contemporaneamente migravano verso i condominii di periferia le famiglie, sostituite da uffici, da negozi di pelletteria e di souvenir, da studenti, da stranieri. Dopo il '66 Firenze ha perso la sua anima, dirà qualcuno in vena di retorica. Più semplicemente e più brutalmente, dopo il'66 Firenze, con un processo che ha subito una accelerazione progressiva negli ultimi anni, si è trasformata da città plurale nella «one company town» di cui parlano i manuali di economia; nella città cioè che vive di una sola industria. Nel nostro caso il turismo culturale di massa. In questo senso è giusto dire che, nella storia del Novecento fiorentino, la data davvero decisiva, il giro di boa, è stato il novembre del '66, non l'agosto del '44 con la conquista della libertà. La deriva innescata dal fatale '66 ed oggi - temo - non più reversibile, nessuno ha saputo o voluto contrastarla. Neanche noi che pure abbiamo fatto bene il nostro mestiere di conservatori e di restauratori. Ma essere bravi nel proprio mestiere non basta a salvare la città. Per salvare la città ci vuole la. politica, la buona politica. È questa che è mancata nei quarant'anni che ci dividono dal '66.