IL VERO, il falso, il finto. Tre categorie, tre modi di rappresentare un fatto, apparentemente incompatibili. Invece è proprio sul rapporto di questi tre "rivali" che poggia la conoscenza storica e, a ben guardare, anche la conoscenza senza aggettivi. Del vero, del falso, del finto e del loro vorticoso intrecciarsi si occupa l'ultimo libro di Carlo Ginzburg, già docente in molte università italiane, poi all'Università della California (la mitica Ucla) e, da quest'anno, alla Normale di Pisa Un libro, Il filo e le tracce (Feltrinelli, 340 pagine, 25 euro), che raccoglie tanti saggi in un percorso travolgente che va dalla conversione degli ebrei di Minorca ai cannibali brasiliani, dagli sciamani a Montaigne. Dalla lettura di vecchi romanzi ai Protocolli dei Savi di Sion. Da Voltaire a Stendhal. Alla fine ne esce una lezione pari a quella dei suoi libri più famosi (dal Formaggio e i vermi , ai Benandanti , a Storia notturna ). Parlare con Carlo Ginzburg è una specie di immersione nel maelström, è essere presi in un gorgo di pensieri, di notazioni, di ragionamenti, di citazioni. Un modo non facile ma affascinante di comprendere l'oggi (e anche lo ieri). Professore, se il falso ci testimonia di un tentativo di falsare la realtà, il finto di modificarla e quindi entrambi ci parlano del reale. Se anche un romanzo ci parla dell'epoca in cui fu scritto, dei suoi costumi, dei suoi pensieri, si può dire che tutto, in fondo, sia storia. «Tutto può diventarlo, bisogna lavorarci sopra. Gli storici, nel corso dei millenni, hanno cercato di usare tutto. E ci sono infinite cose ancora non sfruttate che potranno diventare materiale per lo storico (penso al lavoro degli archeologi su materiali un tempo giudicati muti, come i rifiuti, penso al linguaggio e alle sue stratificazioni nel tempo)». Non esiste dunque distinzione tra finzione e storia? «Certo, esiste, ma non bisogna giocare in difesa, come gli storici di un tempo, ma all'attacco. Saper rispondere allo scetticismo postmoderno, che vuole tutto opera di finzione. Del resto non da oggi si cerca materiale storico nei racconti di finzione. Si tratta di non prendere le cose alla lettera. Poi il caso a volte gioca una parte importante (Ginzburg ripensa a quella volta che in un archivio gli capitò sotto gli occhi il verbale di un processo a un bendandante, sorta di antistregone cinquecentesco). Ma il caso si può pianificare, si può sollecitare. Penso a quel che diceva Leonardo ai giovani pittori: imparate a guardare i muri coperti di umidità e a vedere nelle macchie le figure. Così all'inizio può avvenire un incontro casuale, ma esiste un elemento selettivo imprevedibile, bisogna saperlo cogliere, essere aperti agli stimoli». Vero, falso, finto. Non succede la stessa cosa in politica? «Lì è un'altra sfera, lì si tratta di far succedere delle cose, una dichiarazione in politica può avere molti fini, anche divergenti da quelli dichiarati. Una dichiarazione su atti politici che possono diventare veri proprio grazie alla dichiarazione stessa, la verità può essere data dal verificarsi di un fatto proprio grazie a una dichiarazione efficace che raggiunge uno scopo non dichiarato prima. Ma io faccio un lavoro diverso, la sola volta che ho tentato qualcosa di simile, che ho cercato di influenzare è stato con il Giudice e lo storico (sul caso Sofri)». Lo storico invece... «Lo storico deve saper cogliere l'analogia, ma è la lettera (la conoscenza profonda dei testi) che permette l'analogia». Lei ha colto nei suoi libri la presenza di due culture completamente separate: gli inquisitori rinascimentali ignoravano la persistenza di antichissimi culti e usi che permanevano "in basso" del tutto ignorati in alto. Ma è possibile la presenza di due culture del tutto estranee l'una all'altra nella stessa società? «Non solo è possibile ma è vero anche oggi. Mai con l'intensità di oggi, dove nulla è cambiato e tutto è cambiato. Pensi al caso stesso della cultura, un tempo da un lato ci si interessava solo a quella delle élites, mentre gli antropologi si occupavano dell'altra. L'idea che le due culture si incontrassero non era ovvia». Noto una forte polemica nel suo libro. «La vis polemica ha due intenti dichiarati. Gli storici positivisti lavoravano sul vero e sul falso, non consideravano il finto, gli scettici postulavano il vero e il finto ma ignoravano il falso. Io sono un poco un giocoliere che gioca con tre arance invece che con due. Non sono preoccupazioni da addetti ai lavori, la ricerca della verità interessa tutti. Io mi rivolgo a un pubblico più ampio». Certo così lo storico dovrebbe essere anche antropologo, filosofo, letterato... «Uno non può pensare a priori di avere competenze in tutto. Il messaggio subliminale del mio libro è: io non lo so ma posso impararlo». Passiamo ai falsi, alla storia inventata, lei si occupa ancora una volta dei famosi Protocolli dei Savi di Sion. «Il pamphlet antisemita ha le sue origini in un testo scritto contro Napoleone III da un certo Joly. Si resta impressionati, da un fatto. Il testo di Joly è importante, spiega tra l'altro come la democrazia possa essere svuotata dall'interno. E poi un testo simile quando appare falsato volge in caricatura, in complotto». A proposito di complotto lei, da storico, si occupa della teoria del complotto oggi in voga (pensiamo all'11 settembre). «Io dico che i complotti a volte ci sono, anche se sarebbe sbagliato veder sempre il disegno di un piano deliberato dietro di essi, ma può capitare che dietro a un complotto inventato ce ne sia uno vero (penso al caso che ha colpito molto la mia generazione: Piazza Fontana). Però bisogna evitare il cui prodest, l'idea che se un fatto giova a qualcuno automaticamente esiste un complotto. E' il caso dell'11 settembre ma, lo ripeto, a volte un finto complotto nasconde un complotto vero, sta in noi capirlo».