Un saggio di Guido Guerzoni sulla domanda, l'offerta e la definizione del valore dei manufatti artistici in Italia tra Quattro e Settecento Alla fine degli anni Settanta, dall'archivio dell'Abbazia di Cava dei Tirreni saltò fuori un documento datato 1515, un pagamento a due pittori per la pala d'altare della chiesa abbaziale. Il documento risultava curioso perché al primo pittore, un oscuro maestro locale, veniva corrisposta una notevole somma in tari, al secondo pittore invece, di gran lunga più celebre, veniva assegnato un emolumento modesto. Per quale motivo? Sottoposi il documento a due categorie di studiosi. Gli storici dell'arte gioirono per la certezza della attribuzione e della datazione senza nemmeno accorgersi della differenza di trattamento. Gli storici dell'economia mi fecero conoscere la freddezza del ghiaccio. Mi si disse che prima sarebbe stato necessario calcolare il valore di un tari nel 1515, ma che questo era impossibile e che quindi, forse, eventualmente... Capii che stavano brancolando nel buio. Dal piccolo episodio autobiografico si evince il fatto che, fino a pochi decenni fa, tra discipline artistiche e storia dell'economia si ergeva un solido muro. Solo i lavori di Wackernagel, di Haskell e di Settis erano riusciti ad aprire qualche piccolo varco. Oggi, per fortuna, la situazione è cambiata. Giovani studiosi hanno scalato questa muraglia da vari versanti, e tra i più attivi "pionieri" del settore va enumerato Guido Guerzoni, docente di Storia economica ed Economia dei beni culturali all'Università Bocconi di Milano. In dieci anni di ricerche, Guerzoni ha dedicato un gran numero di saggi e monografie alla storia dei mercati artistici e alla vita sociale ed economica delle corti rinascimentali italiane. L'ultima sua fatica è un saggio di sintesi dedicato ai mercati artistici in Italia tra il 1400 e il 1700. Il volume rappresenta una piccola summa delle numerose piste d'indagine battute dall'autore. Una scelta di scrittura "alla Haskell" avrebbe reso il libro più frizzante e digeribile, ma Guerzoni ha volutamente inserito il tostissimo registro tecnico, fornendoci soprattutto uno strumento di lavoro, ricco di dati, tabelle e problemi aperti. Dar conto in breve dei numerosi contenuti del testo è impresa ardua. Certamente intriganti sono i capitoli che analizzano la nascita dell'etica del consumo di lusso, che indagano le modalità che regolavano la "domanda" di opere d'arte e quelle che governavano l'offerta" e l'organizzazione del lavoro degli artisti. Nel libro ci si sofferma anche sulla questione dei prezzi. Premesso che una valanga di opere d'arte veniva prodotta con modalità seriali e a prezzi standardizzati (gessi, arazzi, arredi, pitture decorative, vasellame, vetrate, eccetera), il libro cerca di farci capire come si stabilivano i prezzi dei cosidetti "pezzi unici" realizzati su precisa commissione. Vincenzo Borghini, uno storico del tardo Cinquecento, ci viene in aiuto. Per calcolare i prezzi, egli dice che devono considerare le seguenti voci: «la spesa per la materia» (vale a dire tele, colori, marmi, filati, metalli, eccetera), «le spese per accomodare la materia» (leggi imbal aggi e trasporti, spesso onerosissimi per of ere di grande mole) e «la spesa per l'arte». Quest'ultima viene ulteriormente suddivisa: l'artista va pagato «per l'ingegno» (categoria un po' vaga e soggettiva), «per il tempo» (facile da calcolare in termini di ore e giorni,. con sovrapprezzi per il lavoro notturno), e « per la fatica» (da mettere in relazione alla durezza dei materiali, al volume di lavoro, alla quantità di figure, eccetera). Lo stesso Borghini però ci avverte che ricercare l'oggettività dei prezzi è un esercizio inane: «Argomentare la bontà del prezzo è cosa pericolosa, prima perché i gusti son vari e poi perché il giudizio i va innanzi al prezzo. Il prezzo non è la vera re gola né il vero paragone della eccellenza e della bontà di un'opera». E allora? Guerzoni insegna che nella definizione dei prezzi entrano in gioco moltissimi altri fattori, tutti da tenere ben presenti se non si vogliono trarre conclusioni parziali, se non errate. I prezzi delle materie prime sono diversi al dettaglio e all'ingrosso, esistevano spese vive come quelle delle modelle (Bernini si lamenta che alcune si facevano pagare fino a 15 scudi al mese) e poi c'erano i dazi ; le gabelle, le spese di messe in opera e quelle, già stabilite a priori, per la periodica manutenzione delle opere. E persino il riscaldamento degli studi, le spese di viaggio e la remunerazione dei periti finivano per incidere sul prezzo finale delle opere. Guido Guerzoni, «Apollo e Vulcano. I mercati artistici in Italia (1400-1700), Marsilio, Venezia, pagg. 382, 25,00.