Se n'è andato un uomo ha influenzato a fondo il rapporto del pubblico non d'élite con l'arte, soprattutto l'arte moderna contemporanea occidentale da Duchamp a oggi: Pontus Hulten. Nato nel 24 in Svezia, di formazione filosofo e storico, è morto tra il 25 e il 26 ottobre e ne ha dato notizia Le Monde. Un quotidiano parigino se era svedese? Certo: perché Hulten ha lasciato il suo timbro nell'arte anche per essere stato, dal '73, il direttore-fondatore di quel posto rivoluzionario che è il Centro Pompidou di Parigi, aperto al pubblico dal '77. In Italia, lo ricordiamo per aver guidato Palazzo Grassi a Venezia dall'84 all'89, dove allestì mostre storiche - e discusse - come Futurismo Futurismi, Effetto Arcimboldo, Tinguely, i Fenici. E converrà sottolineare che, se non fosse termine abusato, potremmo definirlo un «creativo". Oltre ad essere stato un collezionista di rango internazionale d'arte dei nostri tempi (ha donato un centinaio di pezzi al Museo d'arte moderna di Stoccolma che con lui al timone negli anni '60 decollò per dinamismo e originalità), Hulten allacciava legami stretti e confronti con gli artisti, loro lo amavano per questo, e non a caso Niki de St Phalle (l'autrice del parco dei Tarocchi nella Maremma toscana) disse che Pontus «aveva l'anima dell'artista, non del direttore». Tra i primi in Europa a capire la Pop Art, creava paralleli tra autori, movimenti, epoche, connessioni ardite, faceva comprendere che l'arte contemporanea può essere per tutti.