Tra un anno, proprio di questo periodo, se tutto va come deve andare, Milano avrà la sua "Festa internazionale del Teatro": sale aperte, artisti di questa città e compagnie inglesi, tedesche e francesi tutti tra spettacoli, animazioni, curiosità. Se non una festa imponente come quella del cinema che Veltroni ha voluto per Roma, speriamo più vivace, dinamica, giovane e allargata anche fuori dal centro. Erano anni che a Milano non si sentiva nemmeno parlare di qualcosa che assomigliasse a un progetto per la città. E infatti la notizia è subito parsa bella, il segno tanto atteso di un cambiamento, di una inversione di tendenza, per di più arrivato in giorni propizi, proprio mentre l'altra "Festa del teatro", quella più domestica che si sono auto-organizzati i teatri milanesi con Agis e Provincia per domenica, si è rivelata un successo strepitoso, già tutta esaurita e col pubblico che fa da giorni le code per un biglietto. In fondo non ci voleva poi tanto. Ieri mattina intorno a un tavolo tutto s ' è fatto in un quarto d'ora, tra due donne concrete e determinate. Elena Montecchi, sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali, a conclusione di una mattinata di incontro col teatro milanese, annuncia che lei e il ministro "Rutellì hanno intenzione di organizzare una Festa del Teatro in una grande area metropolitana per ridare smalto agli artisti. Pronta, Daniela Benelli candida la città di Milano. Il loro slancio è arrivato fino a Palazzo Marino, scuotendo il Comune, finora rimasto a guardare, tant'è che subito Sgarbi ha detto che ci starà anche lui. E, per inciso, vuoi dire che la Festa avrebbe già fatto un miracolo: mettere insieme Provincia e Comune. Così d'improvviso, una città che pareva fino a ieri assonnata, sfarinata, stanca appare sotto un'altra luce, sveglia e finalmente attiva. In realtà, se si guarda indietro, si vede che qualcuno sveglio e attivo lo è sempre stato anche quando Milano si è persa, smarrita nella sua identità di città delle industrie e delle imprese che non aveva più né industrie né imprese, ma solo banche e centri commerciali. Cose come il Piccolo e la Scala ci sono sempre stati e ci sono ancora, come ci sono l'Elfo, il Franco Parenti, la Casa della Cultura... Insomma, la cultura qui non si è mai fermata. È rimasta un valore, come nel dopoguerra quando il sindaco Greppi ricostruì la Scala prima delle case per dare forza alla città. Ancora oggi la cultura è l'unica identità che Milano ha da esibire all'estero. Solo che finora è stata avvilita e schiacciata, spesso dal vuoto di amministrazioni che hanno fatto politica e non l'interesse della città, mentre altrove, a Valentia, a Bilbao, a Londra hanno costruito musei e teatri di cui parla tutto il mondo. Ora anche Milano potrebbe avere il progetto di cui andare orgogliosa, la Festa del Teatro o qualunque cosa rappresenti un'occasione che coauguli la città, la catturi, la diverta, la distragga, la faccia sognare. Questo è il momento giusto per farlo, c'è l'aria buona. Come diceva ieri Elena Montecchi, citando un film di Spike Lee come metafora per dare slancio al teatro, anche noi milanesi siamo alla venticinquesima ora: in quel momento, cioè, in cui si sceglie se finire malamente o inventarsi una vita migliore.