Notizie degli scavi è il nome di una gloriosa rivista di archeologia pubblicata dall'Accademia dei Lincei; ma è anche il titolo di un racconto scabro e crudele di Franco Lucentini (1964) . Protagonista ne è il «professore», tuttofare di una pensione equivoca, minorato mentale eppure curioso del mondo, che dalle rovine di Roma, sfiorate per caso nel suo girovagare imbambolato e assorto, impara a guardare dentro di sé. Quante cose di quei ruderi, lo dicono perfino le guide stampate, «non si sanno» dopo tanti studi, quante date, quanti fatti restano oscuri! E allora, davanti alle incertezze e ai silenzi dei sapienti, anche le esitazioni del «professore», che non è mai sicuro di aver capito quello che gli dicono, che inciampa nelle parole proprie e altrui, non sono vergogna, solo solitudine. «Le rovine si presentano come la vera e unica forma del nostro universo. Il mondo è fatto diresti, di frantumi, di cose su cui è passato il tempo» (D. Scarpa), e così anche la mente del «professore», così la nostra. Ruolo, funzione e destino del rudere archeologico nelle città, ma specialmente nella Roma del presente e del futuro: questo il tema del denso, prezioso libro di Andreina Ricci edito da Donzelli (Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, pagg. 159, euro 12.90). In nessun luogo come a Roma si avverte (si vive) la presenza del passato, il sedimentarsi delle età, l'innestarsi dell'oggi su una moltitudine di ieri. Eppure manca dal nostro orizzonte una domanda radicale, quella di questo libro:mentre la città cresce, e cresce la diversità culturale dei suoi abitanti, a chi spetta decidere che cosa fare delle sue rovine, e perché? E' importante (non per l'archeologo che lo fa per mestiere, ma per il cittadino, il passante, il più distratto e spaesato turista) capire che cosa erano e che cosa sono quei ruderi, perché sono conservati, e soprattutto per chi? Non si tratta qui solo del Colosseo, né di monumenti meno famosi (come l'arco del Foro Boario in copertina), ma anche dello smozzicato segmento di un acquedotto, dei frammenti spesso incomprensibili di tombe o strade che tanto spesso spuntano inattesi nelle periferie romane. Andreina Ricci ha ben chiaro che il rudere archeologico non è «proprietà» né degli archeologi né dei professionisti della tutela; sa, come dovremmo sapere tutti, che la tutela passiva (la protezione contro degrado e distruzione) non basta. Tutelare è anzi nulla, il vano ossequio rituale a una petizione di principio, una stanca coazione a ripetere, se non si accompagna a meccanismi culturali ben più vivi e stimolanti: la curiosità e la conoscenza non degli specialisti, ma dei cittadini. Il rudere nella città non è solo l'esile voce di un'altra Roma, quella che non c'è più eppure ebbe le sue folle e il suo clamore, il suo traffico, le sue passioni e i suoi delitti, proprio come quella di oggi; è un generatore di memoria, ci prende per il collo obbligandoci a rispettarlo (o a distruggerlo), condiziona la crescita della città. Il rituale della tutela impone uno spazio «di rispetto» attorno al rudere: ma allora il tema della tutela s'intreccia con quello della definizione del tessuto urbano, anzi con l'uso pubblico dello spazio urbano in generale, col ruolo che possono avervi (che, a Roma, hanno e avranno sempre e comunque) le «notizie degli scavi». La formula «nuda pietra» che Andreina Ricci usa sin dal titolo per cogliere in due parole la doppia natura del rudere nella città, la sua forza (la pietra) e la sua debolezza (la nudità) viene, riconoscibilmente, dalle riflessioni di Giorgio Agamben sul rapporto fra la «nuda vita naturale» dell'uomo e la sua condizione di cittadino, portatore di sovranità e di diritti. Ci voleva coraggio (e la Ricci l'ha avuto) per dire chiaramente che il diritto di cittadinanza del rudere nella città moderna non è scontato: «nelle nostre leggi di salvaguardia il solo emergere dal terreno di una "pietra antica" fa di quell'epifania una sorta di natività che trasforma immediatamente una nuda pietra in portatore di "valori di civiltà" propri dello "Stato di cultura", così da imporne automaticamente la tutela. (...) Una forzatura e un automatismo che non hanno nulla a che fare con l'esperienza diretta, non rappresentano in alcun modo, per i cittadini, un lapalissiano fatto concreto». La tutela del bene archeologico da per scontato che esso abbia valore in sé, non comporta la minima riflessione né il minimo sforzo perché tale valore venga definito, coltivato, comunicato al cittadino che dovrebbe (si suppone) inorgoglirsene, considerarlo parte della propria identità. Questo è, mi pare, il nodo centrale del libro di Andreina Ricci: che è anche un'interrogazione di fondo sul mestiere dell'archeologo. Perché gli addetti ai lavori fanno così pochi tentativi di comunicare ai cittadini comuni il significato delle loro scoperte, la natura delle «nude pietre» che riemergono, il senso del proprio lavoro? Forse, per pigrizia o mancanza di riflessione, essi non credono che sia necessario comunicare proprio nulla, perché immaginano che il cittadino che visita le rovine, o vi passa accanto, ne abbia quella percezione estetico-contemplativa che fu ovvia, è vero, nella stagione del Grand Tour, ma che era propria di ristrette élites, da gran tempo defunte. Perciò non basta perimetrare le rovine per affermarne la sacralità: la nuova professionalità dell'archeologo richiede la capacità (più spesso rimossa che dispiegata) di raccontare la storia attraverso i resti materiali del passato. Un esempio: la recente sistemazione dell'arco del Foro Boario comporta due livelli d'intervento non solo incompatibili, ma ostili l'uno all'altro. Si schierano, davanti all'arco, una serie di (miserevoli) panchine, che invitano ad avvicinarsi, a sedersi, a fermarsi per guardare. Lo impedisce però un'alta cancellata, che vieta non solo l'uso delle panchine ma ogni visione ravvicinata dell'arco. In questo andare a tentoni, archeologi e architetti non si parlano, troppo occupati a ritagliarsi, ognuno per sé, spazi autonomi d'intervento. Chi perde la battaglia è il cittadino comune, ma anche il monumento, affidato a una «tu tela» di maniera che lo proietta in una dimensione inconoscibile. Questo tema è oggi straordinariamente importante. Tutelare sulla base di principi generali è giusto, è irrinunciabile (guai a fare anche un solo millimetro indietro). Ma quei principi devono fondarsi su valori riconosciuti e condivisi, a cominciare da quello della conoscenza: se rinunciamo a diffondere la coscienza del significato dei beni da tutelare, anche i principi (anche l'art. 9 della Costituzione) si sfarineranno via via, li violeremo (succede già) nella generale indifferenza. Vale per l'archeologia, vale per tutti i «beni culturali» (comunque definiti), vale a maggior ragione per il paesaggio e per quell'essenziale continuum tra città e campagna che è ancora la ricchezza più importante dell'Italia e che tutti sembrano industriarsi a voler smantellare, anche i comuni e le regioni «di sinistra». E dove mai, in quale scuola, in quale pubblico progetto di Stato, regioni o comuni, si prova a cercare strade nuove ed efficaci per tramandare alle generazioni future il rispetto per il paesaggio, l'ambiente, i monumenti, che per secoli non solo parve, ma fu, parte imprescindibile dell'essere italiani? Secondo Andreina Ricci, fu con la politica del vuoto intorno ai monumenti archeologici propugnata dal fascismo che venne a spezzarsi il legame vitale tra passato e futuro, e i ruderi da gangli essenziali del vissuto urbano furono mutati in neutro e sciatto testimonio di sé stessi, «glorificati» in apparenza ma in verità relegati in un loro ghetto astratto e senz'anima. Per capovolgere questa perversa deriva, suggerisce con forza questo libro, non c'è che da ripartire dal presente, da una nuova alleanza di volontà e di saperi, da una rinnovata capacità di interpretare per raccontare, di raccontare per coinvolgere i cittadini, per ricreare coscienza e appartenenza. Per ridare alla «nuda pietra» la sua cittadinanza perduta, prima che sia troppo tardi.
la Repubblica
27 Ottobre 2006
Una panchina davanti ai ruderi
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
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Bene culturale
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