DIBATTITI Un convegno all'Accademia dei Lincei affronta un tema complesso: studi classici contro sapere tecnico L'umanesimo, la vera scienza Sono tutti d'accordo che la ricerca sia una delle attività che misurano meglio il progresso di un Paese. Ed è evidente che nel campo delle scienze umane in Italia la ricerca continua a dare risultati notevoli e riconosciuti. Purtroppo, la mentalità dominante ritiene che il vero ambito della ricerca sia quello scientifico e tiene conto solo dei risultati immediati e della fungibilità pratica. Ora, sappiamo che la fungibilità immediata delle ricerche umanistiche non è grande; ma sappiamo pure che esiste un'altra fungibilità degli studi, anche maggiore, che però si manifesta in tempi lunghi. Un avvenire di breve respiro mette in ombra il grande avvenire storico. I legislatori poi faticano a capire che gli umanisti, pur utenti di molti dei moderni ritrovati dell'elettronica, fondino la loro ricerca sui manoscritti e sui libri, insomma sulle biblioteche, custodi del nostro passato. La domanda «a che serve la ricerca storico-filologica?» diventa una mannaia nell'assegnazione dei fondi, nella distribuzione delle cattedre, e così via. I fondi vengono così sottratti a discipline nelle quali siamo i primi, o tra i primi. Pare che non conti nulla la consapevolezza della nostra cultura, la conoscenza del nostro patrimonio letterario e artistico, la capacità di muoverci nel mondo, di gerarchizzare motivi e finalità, di usare i filtri di una critica del reale. I talenti sviluppati dall'insegnamento di tipo umanistico sono utili nelle imprese o nella politica, come dimostra la carriera di molti manager e uomini di Stato, persino al massimo livello. Per questo il laureato o il dottore in scienze umane è spesso preferito a chi ha una preparazione più tecnica e all'apparenza più fruibile. E la richiesta di nostri laureati negli Stati Uniti, tanto più avanzati nella ricerca scientifica, è dovuta in gran parte a questa apertura mentale, A riprova, è sempre più viva in America la tendenza ad affiancare alle discipline di carattere tecnico insegnamenti filologico-letterari, con lo scopo di sviluppare le capacità appena indicate. La smania di aggiornamento, l'illusione dell'utilità pratica ha trovato fautori anche nell'ambito delle scienze umane. Accenno soltanto all'istituzione di cattedre, dipartimenti e facoltà intitolati a nuove prospettive e tecniche. In certi casi si tratta davvero di riordinare e di sottolineare finalità; ma più spesso, a mio parere, s'inse-guono illusioni e fate morgane. È indubbio che la gamma delle applicazioni e delle tecniche si trasforma a vista d'occhio, e che le novità attraggono i giovani. Ma quando i nuovi laureati avvieranno un'altra ricerca, quella di un posto, temo che avranno brutte sorprese. Perché magari quelle prospettive e tecniche saranno già in declino, a vantaggio di altre oggi imprevedibili. È certo necessario che i docenti siano aggiornati sulle novità serie, e possano trasmettere agli studenti la capacità di assimilarle e, magari, svilupparle; ma non ha senso sbriciolare un sapere i cui principi basilari non mutano. Per gli aggiornamenti si potrà provvedere agevolmente con stage, con tirocini, training, ecc. Non si fa il bene dei giovani esibendo loro un su-permercato di novità che senza dubbio non supereranno tutte l'esame del tempo. Questa corsa alla novità, anzi alla moda, è prediletta dalle università di nuova istituzione, sulle quali sarebbe utile un controllo rigorosissimo, e un serio sfoltimento, a tutela degli ignari studenti (ecco un risparmio che farebbe strillare qualcuno, ma gioverebbe a tutti). È comunque innegabile che, per una serie di fattori che andrebbero approfonditi, oggi s'impara meno e peggio che anni fa. Tant'è vero che ormai solo i dottorati sfornano giovani con buona preparazione. Una causa è quello che si potrebbe chiamare il «principio del rinvio». A ogni livello degli studi sembra ormai consolidata l'idea che il vero insegnamento, quello specialistico, verrà svolto e approfondito ai successivi livelli. Così, invece di dare ogni volta il meglio possibile, si giustifica l'approssimazione o la sommarietà, non certo migliorate da una presunta vernice d'interdisciplinarità. È per questo che s'è incominciato a parlare di «eccellenza», come di un risultato finalmente soddisfacente, che sta, con corsi appositi di dottorato o postdottorato, al culmine della catena curricolare. A questa eccellenza non c'è che da inchinarsi, anche se sarebbe utile una definizione teorica. E occorrerebbe che non sia chi istituisce degli insegnamenti a insignirli del titolo di eccellenza, ma un comitato indipendente. Credo però che sia necessario un ripensamento delle discipline e dei curricula del triennio e del biennio, tale da portare, retrospettivamente, all'eccellenza i primi e medi livelli della didattica senza obbligare gli studenti ormai annoiati ad attraversare tutte le stazioni di un cursus troppo protratto, e senza accentuare il divario tra normalità ed eccellenza, tra estraneità e partecipazione alla ricerca. Soprattutto, si dovrebbero abbandonare le soluzioni di compromesso, le economie, le spese-zero. Perché sia chiaro: l'Italia spende per la ricerca meno della metà degli altri Paesi avanzati. E già ora chiede ai ricercatori di aumentare il loro lavoro e le ore d'insegnamento. Si può capire che lo faccia durante l'attuale emergenza; ma occorre che al più presto si incominci il recupero, se non si vuole precipitare in una decadenza irreparabile.
La cultura storica è il nostro futuro. Ma l'Italia lo ignora
Un convegno all'Accademia dei Lincei affronta il tema della ricerca scientifica e umanistica in Italia. I partecipanti sostengono che la ricerca umanistica è importante per comprendere il passato e la cultura italiana, ma è spesso sottorrida e privata di fondi. La mentalità dominante considera il sapere tecnico come più importante e utilizzabile. I legislatori sono spesso insensibili alle esigenze degli umanisti e preferiscono assegnare fondi a discipline più "pratiche". I docenti umanisti devono aggiornarsi sulle novità serie, ma non è necessario sbriciolare il sapere i cui principi basilari non mutano.
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