La leggenda dice che Tebe aveva cento porte e Pavia cento torri... Ma la città, con Ivrea, più turrita a nord del Po attende da 14 anni una risposta sul proprio profilo da dama un po' vintage: rifare o non rifare la Torre civica? Non ricostruirla com'era e dov'era è un dato assodato. E si fa strada l'idea di realizzare un nuovo segno architettonico. Lei, Philippe Daverio, collezionista, critico e ex assessore alla Cultura a Milano, cosa ne pensa? «E' una scelta giusta realizzare un nuovo segno. Gli edifici sono dei corpi che nascono, vivono e muoiono. Quella torre è morta. Si può ricostruire un monumento solo nel caso in cui il crollo sia dovuto ad atti vandalici, come per il Pac a Milano o i Georgofili a Firenze. In questi casi la comunità reagisce alla cattiveria e ricostruisce in maniera identica a prima per dimostrare la propria tenuta contro il terrorismo. A Pavia è un caso diverso». Lei come rifarebbe una nuova «torre»? «Si può fare anche solo con fasci luminosi oppure in ferro e vetro, come si vuole, insomma. Io, però, non mi allontanerei dalla cultura padana del mattone. Si dia vita a un concorso per dieci idee e poi si scelga». Con un referendum? «No. La democrazia diretta è rischiosa. Meglio la delega delle autorevolezze. Così si formano le società evolute». Ma Pavia ha bisogno di un simbolo? «E' importante dare un simbolo a una città: la vera urbanistica è fatta da luoghi che conferiscono identità. I simboli urbani sono ciò che oggi negli Stati Uniti si chiamano i land mark. Sono dei totem della comunità, e tutta la nostra cultura è fatta sull'uso di questi totem». Pavia è ancora città d'arte? «Sì, ma Pavia e Milano si ignorano come due vasi di porcellana sulla mensola di un camino. Questo è un male. Pavia vive in un suo isolamento attorno al sistema universitario. E ha perso dei beni come il Teatro Fraschini, che è stato, direi quasi, "depredato" durante l'ultimo restauro. Certo, il suo skyline ha perso anche molte torri, ma per ragioni di anzianità». E destinare i soldi ad altre attività? «Sarebbe una finta dicotomia. C'è sempre un uso più intelligente per il denaro: asili nido, vecchietti... ma è un modo demagogico con il quale le società lentamente decadono».