Vitali: lo Stato scoraggia le donazioni Una decina d'anni e mille pastoie burocratiche per cedere le opere d'arte di famiglia Quando Lamberto Vitali visitò la collezione di Oskar Reinhart a Winterthur, realizzò quello che, forse inconsapevolmente, stava maturando da tempo: come il mecenate svizzero, anche lui voleva donare alla sua città, Milano, le opere accumulate in tanti anni di collezionismo: i Morandi, i Modigliani, i Macchiaioli, ma anche fotografie e reperti archeologici. Mai il critico d'arte avrebbe potuto immaginare allora quanto potessero essere tortuose le strade del suo lascito allo Stato. Perché se talvolta i privati sono restii a impegnarsi per i beni culturali (come ha sottolineato Giuseppe De Rita sul «Sole-24 Ore» del 10 settembre scorso), le ragioni possono essere diverse, da un regime di tassazione che non incentiva le donazioni (a differenza del mondo anglosassone) a una serie di scoraggianti pastoie burocratiche. Quando comprò un Leonardo La collezione «America e Lamberto Vitali» che ora è ospitata alla Pinacoteca di Brera e al Castello Sforzesco di Milano si è arricchita fin dagli inizi del secolo scorso. Vitali, nato a Milano da genitori livornesi nel 1896, comincia fin da ragazzino ad acquistare piccole stampe e incisioni. Durante la Prima guerra mondiale, accanto all'attività di famiglia commercio di pellami, caffè e coloniali Vitali coltiva la passione per l'arte, per la fotografia, per l'incisione. Studia da autodidatta e scrive per numerose riviste, tra cui Domus ed Emporium, (quest'ultima diretta da luì stesso). A partire dagli anni 20 intensifica il suo rapporto con i critici e gli artisti, conosce Giorgio Morandi (di cui scrive una monografia per Hoepli nel 1929), Carlo Carrà, Marino Marini (grande amico sul quale pubblicherà un'altra monografia), Filippo De Pisis. È Vitali stesso a curare una raccolta di lettere dei Macchiaioli toscani. Intanto continua ad acquistare, con un gusto eclettico e raffinato. E grande conoscenza, come quando a un'asta fa suo per poche lire tra un pubblico ignaro del valore dell'opera uno schizzo di Studio per macchina, eseguito da Leonardo da Vinci su un piccolo foglio disegnato su entrambi i lati, e raffigurante anche il Profilo di un vecchio, di probabile scuola leonardesca. Con la scomparsa di Vitali nel 1992, cominciano le traversie della collezione. Inizia una trattativa tra lo Stato, beneficiario del lascito, e la famiglia che reclama la cosiddetta successione legittima: quali opere sarebbero dovute confluire nel lascito e quali rimanere agli eredi? Inoltre, in base alla legge sulle tasse di successione, gli eredi pagarono l'imposta attraverso la cessione allo Stato di parte, del patrimonio artistico. I tempi della burocrazia La vicenda è andata avanti una decina d'anni. «Ci fu una certa macchinosità nei rapporti con lo Stato: non tanto con la Sovrintendenza ma con l'Avvocatura dello Stato, gli uffici legali» spiega il figlio Enrico Vitali, 70 anni, che è avvocato e ha seguito le vicende del lascito della sua famiglia, e di altre collezioni come quelle Jucker e Jesi. Il percorso del lascito Vitali è stato particolarmente complesso anche perché i beneficiari erano istituzioni diverse dello Stato, in primis Brera dove sono conservati dipinti e reperti archeologici e il Castello Sforzesco, dove sono ospitate le fotografie (nel volume Lamberto Vitali e la fotografìa. Collezionismo, studi e ricerche, a cura di Silvia Paoli, Silvana Editoriale) e le incisioni; singole opere poi sono state indirizzate, per volontà di Lamberto Vitali, a strutture specifiche, come Autoritratto di Morandi (1924) lasciato agli Uffizi di Firenze. Infine, le vicissitudini della collezione Vitali si sono intrecciate con la storia culturale milanese. Secondo il lascito, le opere sarebbero dovute essere ospitate a Palazzo Citterio che, in base a un progetto pensato fin dai primi anni 70 dall'allora soprintendente Franco Russoli, avrebbe dovuto diventare la sede del collezionismo privato milanese. Ma all'inizio degli anni 90 l'idea era stata abbandonata e per le opere si dovette trovare una diversa collocazione. La collocazione a Brera Cinque anni fa, Brera ha presentato al pubblico la collezione con la mostra nella sala della Passione, «Un milanese che parlava toscano». Oggi la collezione che conta un'ottantina di opere è esposta in un'unica sala a fianco di un'altra importante donazione milanese, la «Emilio e Maria Jesi», che raccoglie opere d'arte moderna da Picasso a Braque. «Per entrambe auspichiamo di avere maggiore spazio dice la direttrice della Pinacoteca, Luisa Arrigoni quando la sede riuscirà ad ingrandirsi». L'Accademia di Belle Arti si trasferirà in buona parte nel campus universitario della Bovisa, dando respiro alla collezione di Brera. Notifiche pendenti Resta una spada di Damocle per gli eredi Vitali: a 14 anni dalla morte del padre, i pezzi d'arte rimasti alla famiglia sono ancora sottoposti a notifica, un provvedimento amministrativo con il quale sono imposti una serie di vincoli come sulla libera commercializzazione e circolazione alle opere che abbiano un eccezionale valore artistico o storico. La collezione era stata fatta notificare dallo stesso Vitali per intero. «Abbiamo opere meno importanti, che erano state notificate solo per completezza aggiunge Enrico Vitali . Oggi non sappiamo ancora se è stata accettata la richiesta di de-notificazione per l'intera collezione e per le singole opere. Io credo che manchi la volontà di prendere decisioni, in un continuo palleggiarsi di responsabilità tra Milano e Roma. Si può capire, da questa vicenda, quanto un privato possa essere incentivato a donare allo Stato il proprio patrimonio». E talvolta il volto dello Stato assume tratti sconcertanti. «Sono notificate perfino un paio di statuette khmer, che si possono comprare qui a Milano in via Montenapoleone racconta Vitali . La Sovrintendenza non sapeva come valutare queste opere e nel timore potessero valere molto ha chiesto un parere al Museo Egizio di Torino, che, ovviamente, non è competente di arte orientale». alessia.maccafemilsok24ore.com
Grandi donazioni frenate dallo Stato: il caso Vitali
L'artista e critico d'arte Lamberto Vitali ha lasciato una collezione di opere d'arte a Milano, ma il suo erede Enrico Vitali afferma che il processo di donazione è stato complesso e tortuoso. La collezione, che include opere di artisti come Morandi, Carrà e Marini, è stata oggetto di trattative con lo Stato e la famiglia Vitali. La Sovrintendenza di Milano ha richiesto un parere al Museo Egizio di Torino per valutare la valenza di alcune opere, come due statuette khmer. La collezione è stata esposta in una sala della Pinacoteca di Brera, ma gli eredi Vitali continuano a chiedere di non essere notificati per alcune opere.
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