C'è una sola persona al mondo che può permettersi il lusso (e che lusso) di possedere un Caravaggio utilizzandolo come sovrapporta in una delle sue tante residenze. E questa persona, obviously, è sua maestà la regina Elisabetta d'Inghilterra. Appartiene infatti alla «Royal Collection» la tela, raffigurante la vocazione dei Santi Pietro e Andrea, che dal 15 novembre (in anteprima mondiale dopo il restauro concluso a Londra due settimane fa e che verrà presentato oggi sempre nella capitale inglese) sarà esposta presso l'Ala Mazzoniana della Stazione Termini nell'ambito di una mostra intitolata appunto «Il Caravaggio della Regina» (Her Majesty non verrà, ma nella capitale, il 20 novembre, dovrebbe arrivare l'erede al trono Carlo). Si tratta, va detto, di un Caravaggio «ritrovato». L'ennesimo, considerando che il maestro dei maestri, neanche fosse ancora in vita, pare non abbia mai dipinto tanto come negli ultimi decenni tra la fine del Novecento e il terzo millennio. Stavolta però, e non solo per la fama planetaria dei proprietari, non pare si tratti di una delle diuturne e spericolate attribuzioni che suscitano poi decennali dibattiti-querelle (Caravaggio? Copia? seguace?). Ad attribuire al Merisi la tela - «al di là di ogni dubbio» - sono infatti due tra i massimi studiosi dell'artista (e molti concordano con loro) come Maurizio Marini e l'inglese Sir Denis Mahon, celeberrimo storico dell'arte inglese, che alla soglia dei 96 anni (li compirà a novembre) è ancora riconosciuto come il massimo caravaggista al mondo. Grazie al suo avallo (della regina, oltretutto, Sir Denis è uno dei consulenti più ascoltati in materia d'arte) l'opera, già negata più volte, è stata infine prestata (proprio a Roma, dove gli esperti dicono sia stata dipinta intorno al 1600) ma soprattutto pulita e restaurata, visto che dopo quattrocento anni trascorsi a far da sovrapporta nella reggia di Hampton Court era in pessime condizioni. «Coperta da uno strato di nero per cui era impossibile fare una valutazione dell'autografia che oggi risulta invece indiscutibile», spiega Marini. E furono proprio le cattive condizioni del dipinto a trarre in inganno, a detta di chi oggi giudica il quadro un originale, Roberto Longhi, che giudicò l'opera («pur non avendola mai vista dal vero», sottolinea Marini) una «debole derivazione» di un perduto originale. I motivi per cui «La Vocazione» andrebbe invece ascritta alla mano di Caravaggio Marini li ha descritti in un dotto e documentato saggio che sarà pubblicato in occasione della mostra. In estrema sintesi, a far pendere Tago della bilancia in favore dell'autografia, ci sono vari fatti (oltre al recente scandaglio ai raggi X che avrebbe confermato la stesura tipica del maestro lombardo): l'opera fu infatti acquistata nel 1637 per le collezioni del re Carlo I, il cui consulente e pittore di corte era quell'Orazio Gentileschi già amico e sodale del Caravaggio (esistono inoltre molti documenti dell'epoca che confermano la paternità di quest'opera che in seguitò verrà iconograficamente offuscata anche per via del soggetto, in un'Inghilterra ormai da tempo «eretica» e non più cattolica). Tramontati ormai da secoli gli imbarazzi agiografici, ora il dipinto (152 centi-metri per 182), che lasciò l'Italia imbarcato su una nave a Napoli nel 1637, torna dunque nel Bel Paese per farsi ammirare dal grande pubblico prima di far ritorno a Londra, dove da marzo sarà uno dei pezzi forti della mostra «I tesori restaurati della regina». Che a corte siano contenti della neo-attribuzione è quasi scontato. Nonostante infatti i Leonardo, i Canaletto e i mille altri nomi in collezione (la più importante al mondo) ai Windsor un Caravaggio «ufficiale» in casa mancava (e a Londra c'è chi malignamente dice che il Caravaggio ritrovato prenderà presto la strada di St. James Palace, dimora privata del principe Carlo). E pare anche che il più volte sollecitato restauro sia stato rinviato proprio per evitare una regale (ma ipotetica, stando all'oggi) delusione. Nessuno infatti, fino a pulitura avvenuta, poteva escludere che quel quadro - pur acquistato da un re, e che ha attraversato la storia della monarchia britannica onorando per secoli i magnifici appartamenti di stato di Enrico Vili - fosse davvero, come disse Longhi, una «debole derivazione». Ad allontanare i timori ci ha invece pensato il duo Marini-Mahon. Sovrapporta magari sì, ma di sicura mano del genio.