La strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni e all'origine delle caffetterie nei musei italiani c'è una buona legge, la legge Ronchey. Correva l'anno 1993 e l'ex direttore della Stampa, unanimemente considerato uno dei migliori ministri dei Beni culturali che l'Italia abbia mai avuto, dava il suo nome a un provvedimento che voleva togliere quel dito di polvere che si era posato sul nostro sistema museale. Non più solo quadri e scultur, si era deciso, ma servizi aggiuntivi capaci di trasformare i vari Uffizi, Capodimonte, Brera in punti di aggregazione e di portare qualche soldo in più nelle casse di queste illustri ma spiantate istituzioni. Nacquero così i bookshop (con l'assurdo di usare una parola aliena proprio nei luoghi dove si dovrebbe conservare la nostra memoria) e nacquero così le caffetterie. Per quanto riguarda queste ultime l'obiettivo è stato centrato a metà: con bibite e panini qualche soldino in più è stato effettivamente incassato, ma il sogno di fare dei musei i «centri di gravita permanente» delle città in cui sono inseriti, questo proprio no. E mentre a New York le caffetterie del Guggenheim e del Whitney Museum sono luoghi di ritrovo anche per chi non è interessato alle opere d'arte esposte, gli analoghi spazi di Palazzo Pitti a Firenze o di Palazzo Grassi a Venezia sono noti quasi solo agli addetti ai lavori (anche perché a Venezia, oltre al conto salato del ristorante bisogna pagare il biglietto d'ingresso, e il doppio esborso allontana chiunque non sia artmaniaco). Come mai le caffetterie museali non decollano? Forse perché sono brutte, verrebbe da pensare sfogliando Un caffè al museo, il libro fotografico di Maria Sole Pantanella appena pubblicato da le Lettere. È mai possibile che monumenti fastosi che il mondo ci invidia, come la Reggia di Capodimorite o il Palazzo Ducale di Genova, siano sviliti da sedie di plastica dozzinali, da arredamenti che non starebbero bene in un bar di periferia? Ma per Philippe Daverio il motivo è più urbanistico che estetico. «II County Museum di Los Angeles è al numero mille e passa di un boulevard lungo chilometri, circondato da un ambiente ostile. Per forza deve esserci il ristoro. Los ANGELES È' LONTANA «Invece in Italia - continua Daverio - i musei sono nel cuore delle città, se uno a Brera vuole un caffè non deve far altro che uscire e andare al bar di fronte. L'unica caffetteria italiana che mi piace è quella dei Musei Capitolini, perché è in cima al Campidoglio e quindi lontana da altri posti di ristoro e perché ha una terrazza con una magnifica vista su Roma». E allora andiamo a vederla, questa campionessa delle caffetterie. Dopo essere saliti tra goccioloni di sudore sull'interminabile scalinata che porta alla piazza michelangiolesca, dopo aver ammirato la statua di Marco Aurelio (o meglio la sua già rugginosa copia), dopo aver chiesto notizie della caffetteria all'ingresso principale del palazzo dei Conservatori, dopo essere stati indirizzati sul retro del suddetto edificio (altrimenti si sarebbe dovuto pagare il biglietto), dopo aver finalmente identificato il portone giusto, dopo essere saliti da un ulteriore ripido scalone fendendo la folla dei visitatori in uscita, ecco che si arriva finalmente a qualcosa che sembra un bar. «Il locale interno non vanta alcuna particolarità» è la formula eufemistica che Maria Sole Pantanella ha usato nella sua guida per segnalarci la preoccupante somiglianza del Caffè Capitolino, cosi si chiama, con un qualsiasi bar da stazione. MEGLIO IL PANORAMA Il pavimento di piastrelle grigiastre, la macedonia dall'aria stagionata nella vetrinetta, le bottiglie molto distanziate sugli scaffali (come usava nei Paesi dell'Est per mascherare la carenza di merci), tutto concorre a creare un'atmosfera di malinconia. Per cui nessun stupore quando ordinando un cappuccino freddo la barista ci osserva con aria interrogativa. Si vede che quassù sul Campidoglio non è ancora arrivata, questa bevanda di caffè freddo con latte freddo, rintracciabile in qualsiasi bar italiano che non abbia la fortuna di godere dell'afflusso obbligatorio di clienti richiamati dalla Lupa di bronzo, dalla statua del Galata morente, dalla Venere capitolina, dai papi del Bernini e dell'Algardi... Ma usciti sulla grande terrazza, a strapiombo sulla via del Teatro di Marcello, bisogna dare ragione a Daverio: il panorama è stupendo e abbraccia mezza Roma, in un pullulare di cupole e palazzi visti dall'alto e da un'angolazione insolita La sublime visione non impedisce di notare che tra esterno e interno, in questa che, non dimentichiamolo, è la caffetteria della più antica collezione pubblica del mondo (e quindi un vertice dell'arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi), ci sono almeno quattro tipi diversi e tutti brutti di sedie, come se l'arredatore fosse ricorso ad acquisti scompagnati presso gli istituti di aste giudiziarie. Tutte uguali, invece, le sedie di vimini della bella terrazza del Caffè delle Arti, inserito a Villa Borghese nella Galleria nazionale di arte moderna. La sigla del museo è Gnam e quindi promette bene. Purtroppo non mantiene granché: la cucina del ristorante riesce a non essere né tradizionale né innovativa, ma solo banale, al punto da meritarsi un «senza voto» sulla guida dell'Espresso. Comunque, per l'amenità del sito e la comodità logistica rispetto ai quartieri vippistici di Roma Nord è forse l'unica caffetteria capace di esercitare una reale attrazione extra-museale, frequentata com'ò da artisti e televisivi fra cui Renzo Arbore e Irene Ghergo. Per entrare nella caffetteria delle Scuderie papali al Quirinale bisogna pagare il biglietto, e come premio si può essere serviti su un bancone che una pensione di Bellaria-Igea Marina avrebbe qualche pudore a mostrare ai propri clienti. Potremmo continuare a lungo ma rischia di diventare una solfa. Ormai lo si è capito: nei musei romani i capolavori sono nelle sale, non nei bar. Nel resto d'Italia le cose non vanno molto meglio, salvo il caso del Museo di Arte contemporanea del castello dì Rivoli (Torino), nelle cui mura si trova il ristorante Combal.O. Qui lavora il cuoco più creativo d'Italia, Davide Scabin, che a partire da 55 euro (ma si raddoppia facilmente) propone piatti di ricerca estrema quali il «cyber-egg» o il «baby cappuccino di tonno e fagioli». Un'esperienza che non fa testo perché riservata a pochi eletti, a causa dei prezzi, del menù, dell'ubicazione decentrata, del tipo di opere racchiuse nel museo, così gelidamente concettuali che anziché attrarre tendono a respingere il pubblico medio. Per alcune caffetterie rinunciamo volentieri alla prova-assaggio e lasciamo parlare la Pantanella. TRIENNALE AL PESTO. Alla Kaffeehaus dei fiorentini Giardini di Boboli, scenografica costruzione settecentesca da dove si può ammirare il tramonto cantato da Dino Campana («In aroma di alloro,in aroma d'alloro acre languente,tra le statue im mortali nel tramonto»), si gustano «primi piatti congelati ma non poi così cattivi». Complimenti a tutti quanti, e tanti saluti a Campana. Anche nella caffetteria del Palazzo Ducale di Venezia, altro biglietto da visita del Bel Paese o di ciò che ne resta, «i primi piatti lasciano desiderare». Invece, e questa volta è esperienza diretta, non ci si può lamentare troppo di quanto propina in termini mangerecci la Triennale di Milano. Certo, siamo nella città più minimalista d'Italia, e quindi gli gnocchi alla Tigullio sono conditi con un pesto così leggero che sembra quasi che non ci sia, e l'acqua minerale arriva in tavola sotto forma di bottigliette da 25 cc, quasi dei mignon. Finiamo in bellezza (se Francesco Bonami a sentire questa parola non si offende) con la Biennale di Venezia. Alle Corderie dell'Arsenale è stata inserita una caffetteria molto sui generis, denominata Illymind con la consueta inimicizia verso la lingua italiana che contrassegna il mondo dell'arte contemporanea. Ovviamente dietro c'è la Illy, l'azienda del neopresidente della Regione Friuli Venezia Giulia, il caffè è buono e inoltre è gratis, peccato che intorno alla tazzina si faccia un gran sfoggio di retorica dell'innovazione. Il bar non è un bar ma viene definito «un progetto di ricerca», le poltroncine sono «isole della percezione e della riflessione», il tutto rappresenta «un percorso verso il consumo meditato dell'arte», con «strumenti di approfondimento dei contenuti artistici». Si coglie lo sforzo strenuo di essere diversi ma anche questa sofisticatissima caffetteria, come quelle più sciatte citate in precedenza, lascia la sensazione che il ristoro museale italiano soffra della sindrome Montagna Topolino: un patrimonio inestimabile di opere d'arte che partorisce (quando va bene) il consueto caffettino e il solito panino.
il Giornale
3 Luglio 2003
✓ Entità verificate
Com'è amaro il caffè dell'arte
CA
Camillo Langone
il Giornale
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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