CLAUDIA Gian Ferrari ha deciso di "disfarsi" della sua raccolta d'arte contemporanea. Alla sua morte, la collezione privata della gallerista andrà alla collettività. Quella del Novecento storico costruita con suo padre, Ettore Gian Ferrari, che passò azienda e fiuto alla figlia andrà in una casa-museo del Fai a Milano. Mentre la parte del contemporaneo, frutto interamente del gusto della galleristastorica dell'arte, finirà nel costruendo museo statale di via Guido Reni. Circa 200 opere al Maxxi di Roma, quindi. Nonostante la Gian Ferrari sia milanese. Quando è nata l'idea di destinare le sue opere a istituzioni pubbliche? «Tre anni fa racconta la gallerista i medici mi diagnosticarono un cancro. Dissero che avevo il 50 per cento di possibilità di sopravvivenza. Così, prima di partire per gli Stati Uniti per farmi curare, decisi di fare testamento a favore del Fai e dello Stato». Di solito i beni si lasciano ai parenti. «Non ho figli e ho voluto che la parte più importante della mia vita finisse in un museo. E poi, ho un mio ritorno: ho fatto un piccolo passo per rimanere... nella storia». Perché la donazione a Roma e non tutta alla sua Milano? «Innanzitutto, legalmente non si tratta di "donazione" ma di "destinazione". E ho deciso di dare a Roma le opere che ho nella mia casa romana perché Milano non ha un museo d'arte contemporanea». La costruzione del museo di Zana Hadid però va a rilento. «Spero davvero che arrivino i finanziamenti necessari per far sì che il cantiere di via Guido Reni marci a tutto vapore così che si possa finalmente tagliare il nastro entro poco tempo». Qualche nome della sua raccolta destinata al Maxxi? «Il grande Lucio Fontana, ad esempio. O Piero Manzoni, del quale negli ultimi dieci anni ho comprato cinque lavori ora dati in deposito al Madre di Napoli. E si tratta di un "Achrome", dei "Sassi", di "Ovatte" e di un uovo con l'impronta digitale, il n. 29, rarissimo perché ancora miracolosamente intatto. Ma ho anche un importante lavoro del 1988 del tedesco Anselm Kiefer esposto alla mostra "Burri e la materia" alle Scuderie del Quirinale». Ha destinato a Roma solo opere di grandi maestri? «No, la mia è una collezione complessa. Ci sono opere di artisti che hanno fatto la storia dell'arte ma anche autori affermati o altri giovani. Alessandro Pessoli, ad esempio, oppure Marco Papa. E Giuseppe Gabellone: ho l'opera con cui partecipò alla Biennale di Venezia». Molta scultura, quindi. «Ce ne è molta, sì. Ho, e darò, uno degli oggetti morbidi di Loris Cecchini, una radio di gomma. E una scultura dell'inglese Tony Cragg più un'installazione di Patrik Tuttofuco. Ma amo però anche i dipinti, come l'olio "Wedding party" del 2002 di Adrian Paci o i monocromi caldi di Lawrence Carroll. Oppure i lavori "leggeri", come il segno straordinario dei "cartoon" realizzati dal sudafricano William Kentridge. E il disegno di Christo, del 1979, per il monumento a Leonardo a Milano». E la fotografia? «Ho destinato a Roma gli scatti di Richard Billingham o le foto di Robert Mapplethorpe. Oppure una foto che è un vero omaggio alla Capitale: la chiesa di San Pietro e Paolo all'Eur nell'interpretazione del 1998 di Hiroshi Sugimoto, un maestro che comprai quando ancora non lo conosceva nessuno». Quanto vale la collezione destinata al Maxxi? «Non saprei». Se non lo sa lei, che fa questo di mestiere... «Va bene, diciamo sui 140 milioni, ma probabilmente di più». Un tesoro per Roma, preferita a Milano. «Sì, a meno che Milano nel frattempo, ossia prima della mia "partenza", non costruisca un grane Museo di arte contemporanea». Nel qual caso? «La collezione è molto vasta, farò metà per uno».