La ripresa stagionale conferma la moria dei locali dell'epoca d'oro Addio vecchi bei cinema di una volta, dai nomi familiari a più generazioni di napoletani, saldati col grande cinema popolare del passato. Tra l'impotenza e la nostalgia, la ripresa stagionale conferma la moria dei locali dell'epoca d'oro, estesa a tutto il cuore urbano. Addio AcademyAstra, portabandiera del cinema d'auteur a due passi da piazza San Domenico Maggiore, assorbito dall'Università, pur colla promessa di riaccendere lo schermo in occasioni speciali. Nella lista degli ultimi addii: il Santa Lucia, ex fiore all'occhiello del celebre quartiere, convertito in supermercato; il Duel, coinvolto nel passaggio indolore dalla chiusura estiva a quella definitiva; la sala maggiore del Delle Palme, destinata al teatro leggero. Dopo le chiusure a ripetizione degli ultimi anni, siamo all'allarme rosso per gli addetti ai lavori e i cinéphìles, in attesa del varo di una legge regionale per salvare i cinema piccoli e medi rimasti aperti, coll'estensione delle sovvenzioni già previste. "Le sale sono organismi viventi che si estinguono a decine ogni giorno sul nostro pianeta", lamentava Gian Piero Brunetta dopo le prime numerose dismissioni nelle periferie e nelle provincie italiane, storicizzate in Nuovo cinema Paradiso. In quindici anni di nuove abitudini di consumo in multisala e videocasalinghe un secondo "terremoto", ancora più storico, è penetrato nei centri storici italiani. A Napoli si è passati dalle poco meno di trenta sale del 2000 alle poco più di dieci odierne, con lo smantellamento dei gioielli di un quasi secolare patrimonio impiantistico. Il segnale di abbassamento della guardia della opinione pubblica cittadina è venuto dall'incredibile riciclaggio del Metropolitan in Warner Village, che ha violato il capolavoro architettonico di Stefania Filo Speziale. Da quel momento legittimante sono state smurate "prime visioni" della fama e della eleganza architettonica dell'Alcione, dell'Arlecctiino, dell'Empire, del Fiorentini, del Fiamma, del President, tutte emblemi demoni signorili. L'effetto-dòmino ha incontrato ancora minore resistenza con un'altra decina di cinema di frequentazione giovanile e studentesca, «seconde visioni» di una volta note per i prezzi promozionali e per la programmazione di essai o per i cineforum: fra queste il Pierrot, tutt'uno coll' "Arcimovie", l'Amedeo, carico di gloria alternativa, l'Agorà, dalla programmazione di qualità regredito a punto porno. Una autentica ridefinizione commerciale e tecnico-logistica, suggellata dai restyling degli ormai pochi - sette - maggiori cinema resistenti al loro posto; tutti ubbidienti al vincente sistema multi-sale, con l'adozione delle versioni meno all'americana. Non è esagerato parlare dunque di una Napoli cinematografica perduta e in un senso non troppo lontano da quello della copertina de "L'espresso". Sconcerta la dimensione quantitativa e qualitativa dell'epidemia dei cinema, relazionata alla vastità e popolosita dell'area urbana interessata, nella cornice del proverbiale degrado e della forse altrettanto proverbiale inefficienza amministrativa. Inquietante se poi interpretata come sintomo premonitore di un prossimo oscuramento totale dei grandi schermi metropolitani, già sperimentato poco felicemente in alcune delle "cento città" italiane di contenuta estensione: caso limite a Venezia. Da scongiurare in una megalopoli che non è in grado di ammortizzare la mano pesante dei monopoli produttivo-distributivi. E dove invece la nuova mappa dei punti-schermo, raggruppati per multisale kolossal nei non-luoghi dei perimetri autostradali, sottoscrive la resa dei abitanti agli arresti domiciliari serali e agli incubi di un famigerato traffico, in circolo vizioso coll'imbarbarimento della vivibilità oggi in prima pagina. La ormai selvatica Napoli non è una città-cinéphile come Roma o Bologna. Capitale occidentale del sociologicamente scorretto, non ha gli anticorpi per metabolizzare le asprezze di una malintesa post-modernità del Mercato. L'appello per i cinema storici è anche quello per una città più a misura d'uomo, espropriata oggi dei migliori locali di spettacolo, ieri o in parallelo delle librerie, delle botteghe artigianali, dei caffè, che ne hanno scritto la storia. Coi vecchi cinema napoletani, sorti spesso sulle fondamenta dei teatri ottocenteschi, se ne vanno luoghi-simbolo incistati come chiese laiche nelle quotidianità di quartiere più impenetrabili, sedi preferite dei riti di passaggio dell'adolescenza. Spariscono anche profili architettonici e decor in stile, secondo i succedentisi cicli urbanistici: "umbertino" per i più antichi ma poi art nouveau e infine "moderno". In qualche caso monumenti firmati, come il Fiorentini da Ferdinando Chiaromonte o l'Arlecchino da Alfredo Sbriziolo. Il gruppo di cinema oggi scomparso del quartiere San Pasquale, per esempio, testimoniava quella sorta di secondo risanamento degli anni Trenta e Quaranta, fondativo del centro elegante, secondo la coeva gran moda europea dell'architettura contemporaneista alla Mendelsohn: da rimpiangere l'Alcione, tutto volumi solenni ma vivacizzati dal gioco dei pieni e dei vuoti di gusto protorazionalista. E si può aggiungere che ogni platea, spesso ricavata da spazi a caverna contigui col mitico sottosuolo partenopeo, recasse la traccia di un comune segno ctonio, labirintico, onirico, perfetto per il cinema arte dell'inconscio e per i cinema della " città porosa". Siamo in presenza dell'ennesima situazione disonorevole napoletana, che tocca ambiti sia economici che civici. Lo dimostra infine che cosa è stato eretto nei luoghi delle vecchie sale cinematografiche. Mentre si va esaurendo il filone delle conversioni teatrali, sotto gli occhi di tutti sono spuntati come funghi, in forza del perverso gioco speculativo degli affitti: supermercati di ogni foggia, saloni bingo o show-rooms, tutti accomunati dalla legge della casualità, dell'anonimato estetico e dell'omologazione urbanistica. Nell'ex Santa Lucia, sotto i cavalli affrescati da Aligi Sassu - per vincolo legislativo giustamente inamovibili e coperti da adeguato obbligo assicurativo - si può allestire impunemente il bancone di frutta e verdura. La denuncia di una così allarmante catena di ricadute negative ci sembra sacrosanta. Ed è condivisa, per quel poco che se ne sa ufficialmente, dai leader cittadini del settore esercenti: in primis, da Luciano Stella, presidente della Filmcommission e paladino della imprenditoria intelligente; ma anche dai vertici dell'Agis chiamati al tavolo degli imminenti provvedimenti locali. Nel caso di una tendenza macroeconomica come quella inparola, più vittima che carnefice risulta infatti la piccola-media imprenditoria autonoma locale, coinvolta a vario titolo - gestori, esercenti, proprietari - in una lunga storia di rapporti coi grandi marchi multinazionali, che non è fatta solo di capitolazioni. Giustificati pertanto gli aiuti pubblici alla categoria di imminente promulgazione. Ma con una raccomandazione, sia detto in conclusione. Che se ne parli di più, prima e tutti insieme, compresi ad esempio gli operatori culturali in tutta la loro vasta tipologia. Affinché non si possa dire che l'intervento sia cucito su misura per chi ha più voce in capitolo. A conferma di come il problema di fondo sia uno solo: la non riduzione del cinema a un affare commerciale o politico, il pieno riconoscimento di uno statuto civile e culturale a un marchio centenario dei sogni e del costume delle cento realtà italiane, napoletana compresa.
la Repubblica
24 Ottobre 2006
(Napoli) Addio vecchi bei cinema oggi bingo o supermercati
AR
Armando Papa
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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