Ecco tutti i segreti del Cristo morto del Mantenga. Il Cristo del Mantegna prestato dopo tante polemiche da Brera a Mantova «sta bene, ma è fragilissimo, ha un'abrasione al polpaccio sinistro e non può viaggiare...»: la diagnosi è del clinico-restauratore Augusto Morari che due volte alla settimana controlla la tela passandola al microscopio, centimetro per centimetro. MANTOVA «II Cristo morto» arrivato a Mantova all'ultimo momento per la mostra dedicata al Mantegna. L'ineguagliabile capolavoro di prospettiva e chiaroscuro che la Sovrintendenza di Brera non avrebbe voluto prestare, ritenendolo «intrasportabile» a causa del suo precario stato di salute. Ceduto dopo risse, ricatti, dimissioni e sconcertanti giochi di potere. Tenuto sotto costante controllo del restauratore Augusto Morari, incaricato di passarlo sotto una lente centimetro per centimetro: una sorta di scannerizzazione umana che ogni 3 giorni permette di rilevare ogni possibile mutamento e di lanciare all'istante l'allarme. A un mese dalla sua partenza da Milano il capolavoro risulta in perfetta salute. Una ricognizione sullo stato del «Cristo morto» a fianco di Morari è un'esperienza unica. Con lui si imparano i trucchi usati da Mantegna per ottenere un tale miracolo di delicatezza e di luci, a partire dalla tela chiamata «remsa» e probabilmente olandese, di lino purissimo, con 22 sottilissimi fili per centimetro quadrato «di modo che, di pingendola, non si potesse neppure intuire la trama, quasi da sembrare dipinta su un vetro». Il CHECK UP - Ricostruendo la primavera scorsa la bottega del maestro nella Casa mantovana del Mantegna, Morari ne ha cercato dappertutto una simile, ma così sottile non l'ha trovata: «Di sicuro, quando l'ha comprata, Mantegna era già molto ricco, tele tanto preziose potevano essere pagate solo dai committenti o da artisti già molto famosi». La tela è stata montata con chiodi sottili su una cornice di legno larga 68 cm e alta 81, e ripassata con una delicatissima colla ottenuta filtrando un brodo di ossicini e tendini di animali minuscoli, così da infittirla come se fosse una tavola: «Eravamo nel tempo in cui ricorda Morari i pittori passavano lentamente dalla tavola alla tela, più facile da trasportare avvolta intorno "al bastunzel" come lo stesso Mantegna scriveva. Tanto che, per lavorare come se usasse ancora una tavola, aveva riempito il vuoto sul retro della cornice con assi di legno». Il «Cristo morto» rappresenta un uomo seminudo sdraiato su una lastra di marmo rosa, il capo leggermente sollevato e i piedi in primo piano: «Massimo capolavoro di virtuosismo prospettico da osservare dal lato destro e a una certa distanza, così da coglierne le luci, l'intensità e la profondità» è l'indicazione del suo attuale «guardiano». Morari è sicuro che il modello era un autentico morto: «Non sarebbe stato possibile ottenere tanta naturalezza con un manichino, men che meno con un modello vivo, nessuno riesce a star fermo in quella posizione più di tanto». IL TRUCCO DEL LENZUOLO - Il lenzuolo che copre la parte inferiore del corpo, lasciando tuttavia i piedi nudi e in un secondo tempo corretti in modo da apparire più piccoli di quanto, in prospettiva, avrebbero dovuto apparire, è stato immerso in una soluzione di acqua e gesso, modellato sul corpo e lasciato asciugare, così da coglierne tutte le luci, gli spessori e le ombre: «Pare appena messo su questo corpo». Il colore rosa, bruno e le biacche usato da Mantegna è comunque pochissimo: «Questo, è prima di tutto un grande meraviglioso disegno, ottenuto con brevi tratti paralleli di sottilissimo pennello intinto nel bruno: si tratta di una vera e propria firma del maestro padovano che non permette equivoci. Di materia colorata ce n'è comunque pochissima, uno strato impalpabile che fa sembrare il dipinto un acquerello; non a caso le scrostature che si sono formate nel tempo sono proprio dove, per ottenere più luce, il colore è stato distribuito più generosamente». IL LOGORIO DEL TEMPO - Eccoli, infatti, i segni del logorio del travolgente capolavoro: piccole cadute di colore in basso a sinistra, un'abrasione sul polpaccio sinistro e sul lenzuolo. Ma il volto è perfetto, dopo cinquecento anni è ancora qui a ricordarci ciò che resta di un uomo di fronte al mistero della morte. Un uomo. Non un Dio, o il figlio di Dio. Un corpo e un volto che illividiscono in una luce già da sepolcro. Augusto Morari smorza e depone la sua lente illuminata, ma ancora non si discosta, quasi una contemplazione. «NON DEVE VIAGGIARE» - Nel 1961, per la prima mostra di Mantegna a Mantova, giovanissimo, appena tornato dalla leva militare, era stato incaricato di custodire di notte le opere non ancora appese: «Le mie mani dice tremavano mentre controllavo le tele; e quando toccavo il "Cristo morto" mi veniva da piangere per la commozione. Era così come adesso, dopo tanto tempo e tanti spostamenti non gli è successo niente. Però io penso che non dovrebbe più essere mosso. Il "Cristo morto" non sarebbe riparabile in nessuna maniera: troppo delicato e incomparabilmente dipinto. Se accadesse qualcosa, non resterebbe altro che lasciarlo così com'è, ma soprattutto dov'è, come dovrebbero rimanere al loro posto tutte le opere dei grandi maestri. Non sono loro che devono venire da noi. Dobbiamo essere noi ad andare da loro, come in pellegrinaggio». IRREPARABILE Se accadesse qualcosa, il dipinto non sarebbe più riparabile INTRASPORTABILE Questo quadro è delicatissimo: non dovrebbe essere più mosso