Creare una filiera dei beni culturali. A questo mira il Parco scientifico e tecnologico (Pst) di Crotone, incaricato di monitorare le imprese calabresi nell'ambito del progetto per la realizzazione di un distretto tecnologico. Attraverso una metodologia d'analisi innovativa, il Pst dovrà fungere da osservatorio regionale, scomponendo la filiera dei beni bulturali in due parti: una di tipo tecnologico e l'altra di tipo economico. FM Imprese ne ha parlato con il segretario generale del Pst, Maria Bruni. Anche il settore dei beni culturali può costituire una filiera? Certo. La filiera è composta di quattro aree, che vanno dalla conoscenza dell'artefatto alla conservazione, dalla fruizione alla gestione economica. Parliamo di beni culturali intesi in senso ampio. Beni archeologici, beni architettonici come chiese, castelli, torri, opere pittoriche, affreschi, sculture, manufatti in legno, in marmo, in metallo, in terracotta; ma anche arredi e costumi, mobili, libri e documenti. A che punto è arrivata l'azione del Pst? Abbiamo realizzato un primo step in cui è stato definito e qualificato il perimetro del settore economico della filiera dei beni culturali; in particolare, sono state identificate e catalogate le attività economiche pertinenti e presenti su tutto il territorio nazionale. Quindi, abbiamo proceduto alla selezione dei codici della filiera dei beni culturali. Come si misura il livello di maturità tecnologica delle imprese? Identificheremo, con riferimento a quelle aziende che operano in uno specifico ambito, lo stato di maturità tecnologica e valuteremo, a esempio, se l'azienda realizza, al proprio interno una serie di attività quali la ricerca sperimentale, lo sviluppo prototipale, l'applicazione artigianale e quella industriale. Per realizzare ciò, abbiamo previsto un'attività di comunicazione con le imprese, che sono le beneficiarie del nostro lavoro, per rendere fruibili le conoscenze acquisite e trasferire loro tutto il know how che potra garantire valore aggiunto. Quali sono le opportunità per le imprese calabresi? L'impiego di tecnologie innovative può rappresentare, per il sistema economico che vorrà cogliere questa opportunità, una potente leva competitiva per favorire il posizionamento dell'industria dei beni culturali tra i settori di rilievo nella creazione di ricchezza per un territorio. In particolare, per quelle regioni come la Calabria, che sono depositarie di patrimoni culturali e archeologici rilevanti, l'innesto di tecnologia in settori produttivi prevalentemente «tradizionali» potrà rappresentare una via per le imprese locali per sviluppare core competence che con il Pst potrà essere «rivendibile» in contesti diversi da quello regionale. Gli imprenditori calabresi sperimentatori e utilizzatori di nuove tecnologie? Proprio così. La sperimentazione va interpretata come laboratorio per creare le opportunità necessarie a sviluppare e consolidare esperienze e competenze distintive per le imprese, tali da renderle competitive su scala nazionale. Che caratteristiche dovranno avere le aziende che saranno coinvolte? Innanzitutto, ci interessano quelle che sono legate in maniera diretta alla conoscenza, alla conservazione, alla fruizione, alla gestione economica dei beni culturali. Quelle che si occupano di creazioni e interpretazioni artistiche e letterarie, di organizzazione di spettacoli, di restauro e conservazione di opere d'arte. Ma anche le aziende che acquisiscono minerali per l'utilizzo nell'edilizia privata e pubblica, quelle che fabbricano dispositivi per l'illuminazione, quelle che producono oli essenziali, quelle che si occupano dell'organizzazione documentale, della catalogazione, della creazione di banche dati, di applicazioni multimediali, utilizzano tecnologie laser e scansione 3D per la trasformazione in formati digitali delle informazioni. E ancora: le imprese che progettano portali e percorsi di formazione e quelle che imballano e confezionano generi non alimentari.