Caro Settis, non ci sto a essere chiamata «nemica del patrimonio» «Gentile professor Settis, dopo aver letto la sua intervista (cfr. lo scorso numero del Giornale dell'Arte, p. 1) mi sono decisa a scriverle per esprimerle il mio disaccordo sulla tesi che lei sostiene secondo la quale le scelte di politiche culturali del governo di centrodestra non farebbero altro che allargare la breccia aperta dai governi di centrosinistra. Insomma, lei troverebbe un filo di continuità e coerenza fino al punto da sostenere che, cito dal "Giornale dell'Arte", "i nostri ultimi tre Ministri dei Beni Culturali sono stati coerenti nell'essere nemici del patrimonio loro affidato". Premesso che secondo me l'espressione "nemici" dovrebbe essere esclusiva di chi negli ultimi decenni ha razziato il nostro patrimonio ed approfittato del degrado in cui spesso esso è stato lasciato colpevolmente dallo Stato consentendo ad esempio che parte di esso "fuggisse" all'estero, vorrei dirle che non sono d'accordo con lei, penso che il suo giudizio sia ingeneroso, ma soprattutto penso che sia errato. Parto da tre esempi concreti per spiegare come, a mio modo di vedere, sulle politiche culturali si scontrino, invece, due idee ma soprattutto due pratiche radicalmente opposte tra destra e sinistra. Con l'istituzione della società "Patrimonio spa" il Governo Berlusconi ha fatto "saltare" le garanzie a tutela del carattere pubblico del patrimonio storico-artistico di proprietà dello Stato. Oggi non si sa bene cosa tra palazzi storici ma anche spiagge e boschi potrebbe essere venduto o messo a garanzia dei debiti contratti da quella società; l'unico a poterlo decidere è il Ministro dell'Economia sulla base delle sue esigenze contingenti di cassa per finanziare non si sa bene cosa o per colmare vuoti di bilancio. La regola oggi è l'arbitrio e la prevalenza delle scelte di carattere finanziario su quelle di tutela. Ebbene, questa decisione segna una rottura radicale rispetto a quanto fatto dai governi di centrosinistra. È del 2000 il Regolamento che fissava regole precise di tutela in questo ambito. Si individuavano tre categorie di beni: quelli assolutamente inalienabili (tra cui i monumenti nazionali o le aree archeologiche), quelli il cui possibile trasferimento del titolo di proprietà era condizionato dalla presentazione ed effettiva realizzazione da parte del privato di un progetto di restauro e restituzione al pubblico godimento e, infine, quelli che, a seguito di una analisi condotta dalle Soprintendenze, si potevano considerare vendibili (penso ad esempio al demanio militare che solo raramente possiede caratteristiche di pregio). Quel Regolamento, che scrivemmo insieme agli Enti locali ed alle associazioni di tutela, era espressione di un rifiuto del tabù del privato e allo stesso tempo di una concezione moderna detta tutela. Tutela "attiva ", a mio modo di vedere, significa non limitarsi a chiudere e nascondere ciò che lo Stato da solo non riesce a valorizzare ma coinvolgere anche i privati, sulla base di un rigore forte nella tutela, nell'operazione di riscoperta e restituzione ai cittadini di tantissimi luoghi oggi estranei all'identità culturale del nostro Paese. Ieri prevalevano le ragioni della tutela, oggi quelle finanziarie. Cosa c'è, le chiedo, di simile tra l'idea che ispirò il Regolamento del 2000 del governo di centrosinistra e l'idea arpagonesca che si nasconde dietro "Patrimonio spa" secondo la quale il patrimonio storico-artistico è un tesoro da depredare e non, invece, una ricchezza da alimentare? Negli anni tra il 1996 ed il 2001 si è data applicazione alla legge Ronchey, quella legge che prevede la possibilità di dare in gestione a privati alcuni servizi museali di carattere commerciale (biglietteria, ristorazione, merchandising). Questo ha permesso di rendere più accoglienti oltre 100 musei dello Stato in cui oggi è possibile prenotare un biglietto saltando le code, acquistare cataloghi e libri, rilassarsi prendendo un caffè. E di far crescere, conseguentemente, il numero dei visitatori, dato che dovrebbe essere considerato positivo a meno che non si consideri con sfavore e fastidio il fatto che un numero sempre crescente di persone si avvicini all'arte. Nel 2001 il ministro Urbani ha introdotto in Finanziaria l'idea di poter conferire "l'intera gestione museale" ai privati. Intera gestione significa anche attività di sorveglianza, di tutela, di restauro e gestione delle collezioni, di programmazione dell'attività espositiva. Come ricorderà, la forte opposizione a quel folle progetto portò Urbani a dover accettare una modifica proposta dal centrosinistra che ribadiva che le funzioni di tutela sulle collezioni non potevano che rimanere in capo allo Stato. Come lei sa, inoltre, non più di due mesi fa il Consiglio di Stato ha bocciato la norma voluta da Urbani ricordandogli che alla luce della nuova ripartizione di competenze con le Regioni conseguente alla riforma del titolo V della Costituzione, non gli compete più il potere di disporre da solo e come meglio crede sul tema della gestione museale. Insomma, anche in questo caso il centrosinistra si è mosso avendo ben chiari in mente i limiti da non oltrepassare. Limiti, invece, che il governo di centrodestra ha tentato di travolgere, anche a costo di forzare l'ordinamento istituzionale vigente. Infine, negli anni tra il 1996 e il 2001 la crescita costante fino al raddoppio del bilancio del Ministero, l'introduzione di linee di finanza aggiuntiva (tra cui le risorse provenienti dal Lotto) ha permesso di aprire e chiudere centinaia di cantieri di restauro di palazzi, monumenti, musei che, molto semplicemente, prima non si potevano vedere e oggi sì. Capodimonte, il Cenacolo, gli affreschi di Giotto a Padova, quelli di Piero della Francesco ad Arezzo, la Domus Aurea, le quattro sedi del Museo Nazionale Romano, la Basilica di Assisi, ed altre centinaia ancora. Le pare poco? Le pare, soprattutto, un comportamento simile a quello dell'attuale governo che, al contrario, ha bloccato centinaia di cantieri di restauro aperti ed azzerato i finanziamenti per i cantieri futuri? Far crescere l'investimento di risorse pubbliche destinate alla restituzione al godimento pubblico del nostro patrimonio storico-artistico. Tentare di coniugare rigore della tutela con modernità nelle forme di gestione. Questo è ciò che si è tentato di fare negli anni di governo del centosinistra. Non si tratta di scimmiottare modelli stranieri: io credo che ciò che noi abbiamo fatto, e che abbiamo intenzione di tornare a fare, sia stato tentare di imporre un modello italiano "misto", fatto di rigore nei compiti di tutela affidati in via esclusiva allo Stato ma anche di apertura all'apporto dei privati da cui, secondo me, non si deve prescindere. Con risultati che sono sotto gli occhi di milioni di italiani. Insamma, io credo che le differenze con l'attuale dissennata politica del governo Berlusconi di cui è espressione il ministro Urbani ci siano, siano profonde e neanche tanto difficili da individuare. Errori, timidezze, certo, ne abbiamo potuti commettere e pure molti. Ma essere accomunati a chi ora da destra sta marginalizzando le politiche culturali e ha messo un registratore di cassa sulla scrivania che fu di Giovanni Spadolini, mi scusi caro Professore, proprio no». Giovanna Melandri
Il Giornale dell'Arte
5 Dicembre 2002
Lettera
GI
Giovanna Melandri
Il Giornale dell'Arte
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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