CAGLIARI. Il travagliatissimo appalto per la diga di Monte Nieddu, ribattezzata dai detrattori "la diga di Penelope", è finito sotto la lente della Corte dei Conti. La magistratura contabile vuole capire se tra lavori annunciati, eseguiti, sospesi per due anni ed ora in via di ripresa dopo il finanziamento Cipe da 52 milioni qualcuno abbia danneggiato l'erario imponendo costi evitabili. Nei giorni scorsi gli uomini della Guardia di Finanza si sono presentati negli uffici del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale, la "stazione appaltante" della gigantesca opera pubblica, e dopo un rapido colloquio con il presidente Dino Dessì hanno sequestrato la documentazione dei rapporti fra l'ente pubblico e l'associazione temporanea di imprese Dragados S.A e Fincosit spa, che nel 1997 si era aggiudicata l'appalto da sessanta miliardi di lire. Infilati i carteggi in uno scatolone, i finanzieri hanno salutato gentilmente i funzionari e hanno comunicato alla Procura erariale la missione compiuta. Ora i magistrati contabili esamineranno a fondo ogni passaggio tecnico di questa storia infinita, le conclusioni si conosceranno nei prossimi mesi. Ma se attorno agli aspetti finanziari dell'operazione Monte Nieddu volteggiano i punti interrogativi, è certo che il progetto per la diga destinata a dare l'acqua necessaria al basso Sulcis, compresa la rigogliosa piana di Pula, è nato sotto un cattivo auspicio e una brutta stella continua a influire negativamente sui lavori: è di poche settimane fa la notizia del risarcimento richiesto dalle imprese alla Regione. Si parla di sessanta milioni di euro, una somma enorme che in base all'accordo raggiunto con l'assessorato regionale ai lavori pubblici andrà all'esame di un collegio arbitrale. Questo perché la colpa dello stop ai lavori sarebbe tutta della Regione, che attraverso il Consorzio di bonifica aveva garantito agli spagnoli della Dragados la fornitura costante delle polveri di carbone indispensabili a produrre il "cemento rullato", il materiale scelto dai progettisti per realizzare la struttura della diga. Il carbone doveva arrivare da Nuraxi Figus ma la vicenda della miniera è troppo nota perchè si debba raccontarla ancora. Niente carbone, niente diga: chiuso il cantiere col venti per cento dei lavori realizzati e diversi ettari di bosco devastati, l'associazione di imprese ha aperto il contenzioso con l'ente regionale scaricandogli addosso ogni responsabilità. La diga doveva essere pronta entro dicembre del 2001, a cinque anni dalla data stabilita di pronto ci sono solo atti legali. Ora però - partendo da un esposto del Gruppo di Intervento giuridico e degli Amici della terra, da sempre ostili alla costruzione della diga, che hanno chiesto una commissione d'inchiesta regionale - la Corte dei Conti vuole capire se sia vero che nel complicato rapporto ente-imprese siano andati perduti 38 miliardi e mezzo di lire e se - come sostengono gli ecologisti - per mettere in piedi uno sbarramento di dubbia utilità ora siano indispensabili, oltre ai risarcimenti, almeno altri 150 milioni di euro. Perché se fosse vero gli interrogativi sarebbero giustificati. L'assessore ai lavori pubblici Carlo Mannoni - ha spiegato - fa affidamento sui fondi comunitari. Gli ambientalisti gli chiedono invece di risanare il bosco e liquidare l'impresa Dragados con uno sbrigativo saluto.
Indagine sull'invaso di Monte Nieddu. Sequestrati i documenti dell'appalto al Consorzio di bonifica
La Corte dei Conti ha iniziato a indagare sull'appalto per la diga di Monte Nieddu, ribattezzata "la diga di Penelope", che è stata finanziata con 52 milioni di euro del Cipe. La magistratura contabile vuole capire se gli imprenditori abbiano danneggiato l'erario con costi evitabili. I finanzieri hanno sequestrato la documentazione dei rapporti tra l'ente pubblico e l'associazione temporanea di imprese Dragados S.A e Fincosit spa. La Procura erariale esaminerà a fondo ogni passaggio tecnico di questa storia. Il progetto per la diga è stato criticato per la sua utilità e la sua realizzazione è stata rallentata.
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