La Biennale di Architettura in corso a Venezia mostra come le grandi metropoli non siano più luoghi ma situazioni, caotici stati di passaggio. E come la loro forma, complessa e ambigua, non possa essere risolta attraverso squisite addizioni di architetture prodotte dalle grandi firme: come occorra invece, soprattutto oggi, una visione globale, un' idea di futuro capace di coagulare e dare senso al flusso inarrestabile delle trasformazioni. Tra le tante metropoli presentate nella sezione principale della mostra veneziana, Roma è assente. Forse a ragione: nel paragone con i molti piani messi a confronto, in bilico tra rassegnato populismo e fughe in avanti, Roma sembra esprimere, oggi, pur tra molte contraddizioni, un proprio autonomo, diverso, razionale modello di cambiamento. E non è forse un caso che proprio due architetti romani abbiano curato due sezioni indipendenti della Biennale nelle quali riaffiora, aggiornata, la grande lezione civile della città antica. Da una parte la fiducia nell' eredità umanistica e organica della cultura mediterranea, della quale Roma è la sintesi straordinaria e le cui potenzialità moderne vengono riscoperte dalla sezione curata da Claudio D'Amato. Dall'altra la capacità della forma di' rifondare la convivenza tra gli uomini espressa da VeMa, la città di fondazione il cui impianto, tracciato da Franco Purini, ripercorre le matrici della pianificazione classica, dell'arte di delimitare e porre confini, dei solchi della storia che si fondono con la geografia del territorio. Di fronte al fascino estetico delle possenti catastrofi urbane presentate negli altri padiglioni, che pare avallare una sorta di oscuro consenso verso l'esplosione delle megalopoli, questi due messaggi, diversissimi tra loro, hanno il sapore di una provocazione inattuale. Eppure, mentre l'attenzione dell'analisi urbana si concentra ormai su nodi immateriali e negoziazioni planetarie, essi costituiscono l'estremo richiamo alla realtà della forma fisica della città, alla necessità della regola e della bellezza che ne deriva. Un tema sul quale occorrerà, prima o poi, tornare a riflettere, dopo le sbornie mediatiche di questi anni. La kermesse veneziana è, per sua natura, una forma cava che accoglie, amplifica e semplifica i risultati di ricerche che si sono pazientemente svolte nel corso di anni. Esponendole ad un rapido consumo, rischiando di esaurirle nel circuito dello spettacolo culturale e finendo col propiziarne l'omologazione e la rapida archiviazione. Anche in questo Roma, che in questi giorni va riscoprendo la propria vocazione di città del cinema, potrebbe costituire un' alternativa: le «Olimpiadi dell' Architettura» proposte da Vel-troni potrebbero rappresentare, ad esempio, un più solido terreno sul quale sperimentare una nuova scienza urbana che, contro la cupa, minacciosa accettazione della megalopoli dispersa, tenti la strada, tutta romana, della concretezza e della sintesi: dell'uomo che ricompare, ancora una volta, al centro del disegno della città.
Megalopoli disperse. Le grandi firme non bastano per le nuove metropoli
La Biennale di Architettura a Venezia mostra come le grandi metropoli siano situazioni caotiche e come la loro forma complessa non possa essere risolta con aggiunte di architetture. La mostra presenta metropoli diverse, tra cui Roma, che sembra esprimere un modello di cambiamento autonomo. Due architetti romani hanno curato sezioni indipendenti della Biennale, una che riaffiora la lezione civile della città antica e un'altra che esprime la capacità della forma di rifondare la convivenza tra gli uomini. Queste due sezioni costituiscono una provocazione inattuale, richiamando l'attenzione sulla realtà della forma fisica della città e sulla necessità della regola e della bellezza.
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