L' Italia è da sempre il quarto dei tre grandi in Europa, così come la Spagna è il quinto dei primi quattro. E nella classifica a spanne delle nazioni che hanno disfatto e fatto l'Europa di oggi ha spesso avuto il ruolo del nobile decaduto o del popolano sudato, meno quello del borghese come tutti gli altri. «Un Paese sempre presente ma mai davvero importante», scriveva H. Stuart Hughes, autore di quella che rimane la più perspicace anche se datata fra le "guide" scritte per spiegare agli americani un'Italia che Stuart Hughes aveva imparato ad amare ad Harvard alla fine degli anni 30, allievo dell'esule Gaetano Salvemini (H. Stuart Hughes, The United States and Italy, W.W. Norton Com-pany, 1953 e 1965). Barzini jr. «Tradussi a voce brani di Leopardi e di Dante, anche per dimostrare che l'Italia non era tutta salsa di pomodoro e spicchi d'aglio" raccontava Luigi Barzini jr. in un altro libro, più narrativo ma non meno perspicace, che ugualmente non dovrebbe sfuggire a chi è incuriosito dal rapporto fra Italia e Stati Uniti (O America, Mondadori, 1978), e dalle regole ormai antiche, stabilite tra Ottocento e Novecento, che lo governano e dure ancora oggi a morire. Barzini, al seguito del padre, aveva studiato e lavorato negli Stati Uniti e aveva toccato con mano quanto fosse difficile fare conoscere l'Italia tutta intera a degli americani che di italiano moderno conoscevano soltanto gli immigrati, quasi tutti all'arrivo miseri miseri, spesso non molto meno dei boat people che arrivano oggi in Italia via Nordafrica, e i profumi forti della loro allora esotica cucina. C'era anche altro, con ad esempio l'hótellerie newyorkese saldamente in mano dopo la Prima guerra mondiale a maitres italiani. L'America che Barzini racconta è quella della fine degli anni Venti, la più emblematica forse. Racconta anche l'approccio americano all'Italia. Schemi e attitudini mentali non ancora del tutto cambiati dopo una settantina d'anni, «A volte mi domando se sostanzialmente non siamo sempre al punto di partenza, con un'Italia storpiata dalla caricatura mafiosa e che interessa molto per l'arte, la cucina, il bel cantò e, da una generazione, molto anche per la moda, surrogato e sintesi commerciale dell'estetismo antico», dice David Freedberg, full professar di storia dell'arte alla Columbia University di New York, esperto di Rinascimento e del pensiero di Galileo e dei primi Lincei (il suo ultimo libro, The Eye of the Lynx: Galileo, his friends, and the beginnings of modern natural history è appena uscito in inglese), direttore della Italian Academy for Advanced Studies della Columbia University. Che è poi l'antica Casa Italiana della Columbia (si veda il riquadro), da quasi 80 anni e con alterne vicende testimonianza di un'Italia che non vuole solo essere in America "salsa di pomodoro e spicchi d'aglio". La Casa Italiana. La storia dell'edificio classicheggiante di sette piani all'angolo fra Amsterdam Avenue e la 117ma, nell'East Side, è la storia stessa della comunità italiana di New York, da sempre la più importante d'America, delle sue frustrazioni, dei suoi successi e dei suoi sogni, della sua grandezza e delle sue piccinerie, non rare nel demi-monde degli emigrati scontenti. Anche i molti soddisfatti sono stati spesso i primi a diffondere un'immagine deforme dell'Italia, identificata romanticamente e più del dovuto con il passato mentre l'America era il futuro. Il grosso della comunità di origine italiana, oggi 26 milioni di persone, discende dai 5 milioni circa di emigranti che, soprattutto a partire dal 1880 e fino ai primi anni 20, varcarono il Nord Atlantico; oggi è il quinto gruppo etnico d'America, da 50 anni è perfettamente integrata anche se un presidente degli Stati Uniti italiano (o latinoamericano o polacco o ebreo, se per questo) è ancora prematuro. Prezzolini direttore. Nessuno come gli italiani ha costellato New York fin dai primi del Novecento di statue, busti e lapidi, per ricordare che l'Italia non era solo un Paese di poveracci, e la ex Casa Italiana di Amsterdam Avenue è il più importante di questi monumenti. Furono infatti gli italoamericani dopo un accordo con Columbia a ordinarla al più importante degli studi di architettura di allora, McKim, Mead and White (quest'ultimo, Stanford White, già morto da tempo, vittima illustre della più passionale delle storie del Gilded Age, la belle époque americana), a pagarla e a costruirla lavorando gratuitamente. Giuseppe Prezzolini fu il direttore più famoso, dal 1930 al 1940. Il nazionalismo fascista gratificava molti italoamericani, prima di umiliarli senza fine portando il Paese all'ora zero della distruzione bellica e della degradante disfatta. L'eccezionale trasformazione economica degli ultimi 50 anni ha creato un'altra Italia. «Ma è questo messaggio che non sempre è facile trasmettere. Quello di un'Italia che produce, che crea modelli economici, protagonista nel processo di unificazione europea e sui mercati mondiali» dice ancora Frecdberg. Mario Puzo e il suo Godfalher sono stati più importanti di Alessandro Manzoni o di Luigi Einaudi, come guida all'Italia per l'americano medio. Statistiche alla mano, e prendendo da un lato i 26 milioni di origine italiana e dall'altro la cifra ufficiale che indica in 5mila i boss del crimine organizzato negli Usa, gli italoamericani ricordano che anche se tutti i big della malavita fossero italiani, sarebbero comunque appena lo 0,0003 del loro gruppo etnico. I Padri fondatori, da bravi illuministi, erano ammiratori dell'antichità e quindi dell'Italia, dove gli americani ricchi mandarono sempre già nell'Ottocento a imparare l'arte le loro figliole più dotate, che ogni tanto tornavano con qualche nobilastro. I maschi invece andavano in Inghilterra a imparare industria e finanza, o nella Germania guglielmina a studiare il miracolo industriale tedesco e le sue scuole. «Oggi l'Italia ha molto da dire, oltre al campo artistico che noi continueremo a sostenere, New York è la piazza numero uno negli Stati Uniti, e l'Italian Academy di Columbia un ottimo palcoscenico per far conoscere la realtà italiana», dice ancora Freedberg. Mentre i legami politico-militari creati nel dopoguerra inevitabilmente cambiano, quelli economici e culturali meritano di essere sostenuti. E hanno bisogno di una sempre più aggiornata conoscenza reciproca. La Gran Bretagna ha con gli Stati Uniti una familiarità senza pari in Europa, e legami storici inscindibili; i francesi nonostante l'antiamericanismo sono ben presenti; i tedeschi, basti ricordare il Gerrnan Marshall Fund, sono molto attivi; l'Italia di peculiare ha la comunità italo-americana. E, a New York, un'istituzione come l'Italian Academy. Così diversi. Fra tutti i popoli europei l'italiano è forse il più diverso dagli americani. In vetta alle classifiche dell'orgoglio e soddisfazione nazionale, gli americani, secondo un'indagine condotta nel '98 in 23 Paesi dal National Opinion Research Center di Chicago; in coda gli italiani, non particolarmente insoddisfatti del loro Paese ma senza specifici motivi di orgoglio. «Far vedere ai newyorkesi, cioè agli abitanti della capitale del mondo, tutto ciò di cui l'Italia può andare orgogliosa al di là della sua pur eccezionale storia artistica dice Freedberg mi sembra un contributo per ristabilire più sani e realistici equilibri».