Matera.Difficile immaginare, nel campo dei beni culturali italiani, vessati da leggi sempre affrettate e dallo sguardo miope, qualcosa di meno atteso, di più sorprendente della nascita del Museo della scultura contemporanea dì Matera, che oggi apre le sue porte in un antico palazzo nobiliare al cuore della città vecchia, che dopo un lungo itinerario è stato concesso dal Comune alla Fondazione Zétema, e da essa destinato a sede, appunto, del nuovo museo. Si chiama Musma che non è certo un bel nome: ma sembra una fatalità, ormai, che i musei debbano fregiarsi di nomi siffatti ed è ospitato nei due piani di quel palazzo (dotato di una biblioteca, ovviamente specializzata; di magazzini per le opere che verranno esposte a rotazione; di sale per esposizioni temporanee, di ristori, bookshop e quant'altro), e come è ovvio che sia a Matera, città tutta scavata nella roccia e tutta percorsa da costruzioni ipogee da numerose aule sotterranee, un tempo destinate ai servizi del palazzo ed oggi luoghi carichi di seduzioni. In altri spazi, non lontani da questi le chiese rupestri della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci d'anno in anno si susseguono, da quasi tre decenni, grandi e spesso indimenticabili mostre di scultura moderna e contemporanea: dalla prima, dedicata a Consagra, a quelle, per ricordarne solo alcune, di Melotti, di Leoncillo o all'ultima, che s'è appena chiusa, di Alberto Viani. Così, nel tempo, è nata e s'è confermata una sorta di vocazione ad ospitare scultura da parte della città dei Sassi. Cosa di meno sorprendente, allora, di più giusto, di più ovvio persino del Musma, oggi? E che questo luogo (attorno al quale si muove per giunta una miriade di piccole iniziative che promuovono concretamente conoscenze e prassi artistiche e artigianali fra i giovani, provenienti indifferentemente del meridione d'Italia o da lontani paesi del nord Europa) nasce oggi potendo usufruire di rari ed esigui sostegni pubblici. E s'avvia sostanzialmente alla sua nuova vita contando sulle sole forze di un volontariato che coinvolge generazioni diverse della migliore cultura cittadina; ma che non ha alle spalle altre ricchezze se non quella d'un progetto perseguito negli anni e ormai intimamente fatto proprio. Giuseppe Appella, che delle mostre nei Sassi è stato da sempre il promotore, è oggi curatore del nuovo Museo. Che presenta, alla sua inaugurazione, una già cospicua collezione di scultura italiana del XX secolo, con la significativa aggiunta di alcuni esempi di plastica statunitense: da Reuben Nakian a Philip Pavia, da Ibram Lassaw a Reuben Kadish, ad altri ancora. Realizzate con l'unico strumento della donazione, ottenuta dagli artisti, dai loro eredi o da collezionisti, le raccolte attuali sono in particolare legate alla storia espositiva di Matera: così che a quasi tutte le grandi personali che hanno avuto luogo nei Sassi fa oggi riscontro la presenza di una o più opere; ma traccia importante resta anche delle rassegne non monografiche, come quella destinata appunto alla scultura americana, o alle due edizioni del Periplo della scultura italiana, del 1988 e del 2000, che molti dei partecipanti hanno voluto ricordare con il dono di una o più opere: da Mattiacci ad Icaro, da Lorenzetti ad Uncini, da Magnoni a Pit Kroke, per quanto attiene alla prima; da Nunzio a Palmieri, da Almagno a Porcari, da Giuliani alla Bolognini alla Tadei, da Habicher a Cuschera a Todaro, da Timossi a Tranquilli per quanto riguarda la seconda edizione. Nel giro delle sale, allestite da Alberto Zanmatti, notevoli le tre opere di Duilio Cambellotti, fra le quali lo splendido Vaso Equites (1925) e l'inedito gesso Tages; i gessi d'anni Trenta di Umberto Milani, e accanto Antonietta Raphael; Fazzini, nella stessa sala che ospitale opere di Negri e del riscoperto James Rosati; e ancora Martini, Greco, Mascherini, Tavernari. Importantissime, poi, le donazioni di singoli collezionisti, attraverso le quali sono documentate anche se spesso attraverso opere di minor impegno esperienze non altrimenti rappresentate: quelle, fra le altre, di Luigi Lambertini (nella quale soprattutto notevoli sono i piatti di Pietro Melandri), di Valeria Gramiccia, di Andrea Franchi, di Vittorio Rubiu, Brandi e in particolare quella vastissima di Alina Kalczynska, in memoria di Vanni Scheiwiller, ove son presenti fra molto altro opere di Melotti (tra cui un importante bassorilievo del '55, Chiaro di luna, e la Scultura B. I dioscuri, del '69) e Consagra. Nell'ultima sala del più fondo fra gli ambienti ipogei, infine (dopo molto altro che non s'è potuto elencare: fra cui molte opere di Giacinto Cerone, nato in Basilicata nel '57 e morto prima di compiere i cinquant'anni: una meteora che ha lasciato un segno di disperata bellezza nella scultura italiana dei suoi anni), stanno quelle che mi son parse le perle forse più rare del Museo: i tre grandi Leoncillo (Itinerario del '58, Racconto rosso del '63 e, stremata al centro dell'aula, la Pietà del 1964 che, lava nera sommossa dal gesto accanito e cieco dello scultore, riprende, in forme non più figurative, l'abbandono della Madre romana uccisa dai tedeschi del '45) donati a Matera da Fabio Sargentini in memoria del padre Bruno.